Tre congetture al commento terenziano di Eugrafio

Marco Cigna

Ricercatore indipendente

Abstract The present paper focuses on three passages of Eugraphius’ commentary on Terence (Eugraph. Ter. Andr. 55; Ter. Eun. 81; Ter. Phorm. 231), of which it attempts to provide a more correct reading than that offered in the last edition of the work, published by Paul Wessner in 1908.

Keywords Eugraphius. Terence. Commentary. Conjectures. Wessner.

1 Introduzione

Al nome di Eugrafio, autore di cui non si possiede alcun dato biografico1 e che risulta essere quasi del tutto ignorato dalle fonti letterarie,2 la tradizione manoscritta fa risalire un commento integrale alle commedie di Terenzio, composto, secondo un’ipotesi ormai piuttosto diffusa, nel V/VI secolo.3

Vorrei rivolgere un sincero ringraziamento ai professori L. Pirovano, F. Santi, G. Di Maria, C.M. Lucarini e alla dottoressa S. Izzo. Il loro supporto è stato fondamentale.

1 Cf. Victor 2013, 358: «Nothing whatever is known of this man’s life».

2 L’unico accenno ad Eugrafio, assai tardo, compare nella lettera 7 dell’epistolario di Gerberto d’Aurillac (945 ca.–1003), citata qui secondo l’edizione di Riché, Callu 1993, 1: 14: Gerbertus quondam scholasticus Ayrardo suo salutem. Petitionibus tuis annuimus, nostra ut exequaris negotia velut propria monemus. Plinius emendetur, Eugraphius recipiatur, qui Orbacis et apud sanctum Basolum sunt perscribantur. Fac quod oramus, ut faciamus quod oras.

3 Le ultime ricognizioni di materiale utile a determinare la cronologia di Eugrafio risalgono alle indagini di Gerstenberg 1886, 103‑17 e di Wessner 1907b, 224‑8. A giudizio di quest’ultimo, le cui conclusioni non appaiono troppo diverse da quelle di Gerstenberg, il terminus post quem è da identificare nel più noto commento terenziano di Elio Donato (fl. 350 ca.); il terminus ante quem è fissato invece intorno al 550 sulla base di estratti del testo eugrafiano confluiti nei glossari AA e Abauus, il secondo dei quali viene fatto risalire dallo studioso, d’accordo con l’ipotesi di Loewe 1876, 96‑7, proprio all’età priscianea. Null’altro, dunque, che una cronologia relativa, rispetto alla quale gli studi citati non sono stati seguiti da sostanziali progressi. Esclusi infatti quei contributi nei quali si registra soltanto che l’esegesi eugrafiana dipenda da quella di Donato e le sia quindi posteriore (per es. Victor 2013, 358; Zetzel 2018a, 255; Torello-Hill, Turner 2020, 29), il V/VI secolo sembra essere ad oggi la datazione più accreditata: DNP s.v. «Eugraphius» IV, col. 234; Schindel 2003, 148; Laborie 2012, 30‑1; Monda 2015, 108; Manuwald 2019, 272; San Juan Manso 2020, 126.

È l’autore stesso a dichiarare in sede prefatoria i propositi del suo lavoro (Eugraph. Ter. Andr. praef.):

Cum omnes poetae uirtutem oratoriam semper uersibus exequantur, tum magis duo uiri apud Latinos, Virgilius et Terentius. ex quibus, ut suspicio nostra est, magis Terentii uirtus ad rationem rhetoricae artis accedit, cuius potentiam per comoedias singulas ut possumus explicabimus.

Aderendo ad una visione che fa della poesia una sorta di retorica applicata, il commentatore rivolge il suo interesse alla grande uirtus oratoria di Terenzio, ritenuta, per sincera convinzione o per più banali ragioni di circostanza, superiore persino a quella di Virgilio.4 Proprio di tale uirtus Eugrafio intende mostrare al lettore ogni manifestazione, analizzando, attraverso un processo di sintesi e riscrittura,5 la raffinata costruzione retorica della scena terenziana.6 A tale scopo egli deve ricorrere ad uno strumento interpretativo adeguato, che individua, in modo analogo ad un altro esempio di esegesi tardo-antica come le Interpretationes Vergilianae di Tiberio Claudio Donato, nella teoria degli status, la prima e più importante sezione dell’inuentio.7

4 Per il rapporto tra poesia e retorica, centrale nella cultura e nella critica letteraria di età tardo-antica, rimando alla disamina di Pirovano 2006, 9‑23, nella quale viene presa in considerazione anche la citata praefatio eugrafiana. Sull’importanza della componente retorica in Terenzio è netto il giudizio di Victor 2012, 671: «A rhetorical conception of the writer’s craft informs the whole of Terence’s work, and this conception must have been developed through formal rhetorical training. His plays show awareness of rhetorical matters so specific that they can hardly have been imparted save by instruction» (ulteriore bibliografia, soprattutto in merito ai prologhi terenziani, verrà citata più avanti).

5 Cf. Laborie 2012, 37; Demetriou 2014, 795.

6 Come osservato da Pirovano 2004, 97, è proprio questa esegesi retorica ad avere suscitato una certa freddezza nella critica moderna (soprattutto ottocentesca), ben più attratta dall’analisi grammaticale, linguistica e storica del commento a Terenzio di Elio Donato.

7 Per un quadro generale della dottrina degli status cf. almeno Calboli Montefusco 1986; Braet 1987; 1988; Heath 1995, 18‑24; Riccio Coletti 2004, 126‑32; Pirovano 2006, 23‑39 (volume al quale rinvio nella sua interezza per lo studio dell’esegesi retorica nelle Interpretationes Vergilianae). Sul ruolo degli status nel commento eugrafiano cf. invece Pirovano 2004.

Il commento di Eugrafio è tramandato da otto codici, collocabili tra il X ed il XV secolo.8 La maggiore difficoltà di questa tradizione manoscritta risiede nella trasmissione di due recensioni (denominate per convenzione α e β),9 alle quali, specie in alcune parti dell’opera, corrisponde un testo sensibilmente diverso.10

8 Si tratta di Milano, Biblioteca Ambrosiana, H 75 inf. (A) [sec. X2; Reims]; Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Arch. S. Pietro H. 19 (B) [sec. X/XI; Francia]; Laon, Bibliothèque Municipale, 467 (F) [sec. XV]; Sankt Gallen, Stiftsbibliothek, Cod. Sang. 860 (G) [sec. XV]; Leiden, Bibliotheek der Rijksuniversiteit, Voss. lat. Q. 34, tom. I (L) [sec. XI; Francia]; Paris, Bibliothèque Nationale de France, lat. 7520 (P) [sec. XI1; Francia]; Paris, Bibliothèque Nationale de France, lat. 16235 (S) [sec. X; Francia]; Leiden, Bibliotheek der Rijksuniversiteit, Voss. lat. Q. 36 (V) [sec. XI; Francia]. Un’ampia e accurata descrizione dei codici può essere reperita in Wessner 1907b, 349‑53 e Wessner 1902‑08, 3: VI-XV. Per i dati relativi alla provenienza e alla cronologia dei singoli manoscritti mi rifaccio però alla più recente rassegna di Munk Olsen 2009, 107‑8 (ad eccezione di F e G, non citati dal volume e per i quali rinvio a Wessner 1902‑08, 3: VII-IX).

9 La recensio α è trasmessa da B, P, S, V; la recensio β da A, F, G, L.

10 Sarebbe lungo ricostruire qui una questione tanto complessa come quella del rapporto tra α e β, e forse poco utile per i casi analizzati in questo studio, dato che il loro testo è condiviso da entrambe le recensioni. Rimando quindi a Gerstenberg 1886, 79‑103, sostenitore della maggiore autenticità di α, e a Wessner 1907b, 207‑24, secondo il quale invece è β a tramandare il testo più vicino all’originale. Se si escludono le riserve espresse da Schindel 2003, 148‑51 (spec. 148 nota 7), fervido sostenitore della posizione di Gerstenberg, la tesi di Wessner è ormai quella invalsa (cf. Jakobi 2007, 45‑7, ma con alcune rivalutazioni; Grondeux 2013, 155‑6; Zetzel 2018a, 257).

Si deve a Paul Wessner, «the greatest expert on Latin scholia of his – or perhaps any – generation»,11 l’ultima edizione dell’opera, pubblicata nel 1908 come terzo volume di un progetto comprendente anche il commento terenziano di Elio Donato.12

11 Zetzel 2018b.

12 Wessner 1902‑08. L’edizione fa seguito ad una serie di contributi dello studioso dedicati, più o meno diffusamente, al commentum di Eugrafio: Wessner 1899, 28‑31; 1902, 185‑7; 1905, 31‑2; 1907a; 1907b.

Si tratta di un lavoro pregevole, solido, tutt’ora imprescindibile per chi voglia accostarsi ad Eugrafio. Stupisce, tuttavia, che proposte di lettura alternative al testo di questa edizione siano state avanzate, in modo variamente approfondito, da un numero ristrettissimo di studiosi, con un vuoto di quasi un secolo a separare gli interventi più datati da quelli più recenti.13 Un tempo lunghissimo, durante il quale, anche a dispetto di qualche nuovo progresso nella conoscenza del commento,14 l’edizione di Wessner, forse parsa difficile da migliorare, è sfuggita all’attenzione della ricerca filologica.

13 Cf. Baehrens 1910, 397‑8, 402, 405; Hennemann 1911; Rank 1925, 137, 140‑3; 1927a, 12, 14, 18 nota 1, 19‑20, 22; 1927b, 169, 172‑3, 179‑80; Jakobi 2017, 30, 31 nota 13; Pirovano 2022; 2023.

14 Oltre ai già citati contributi di Pirovano (2004; 2022; 2023), Laborie (2012) e Demetriou (2014) è opportuno menzionare anche lo studio di Blundell 1987, la cui analisi del commento donatiano all’Eunuchus fa un uso attento e quasi sistematico del testo di Eugrafio.

Questo articolo si propone, perciò, di ritornare sul testo di Eugrafio, provando a porre in questione alcune scelte operate dal suo ultimo editore. Considerata la relativa ampiezza del commentario, la discussione di tre singoli casi non può naturalmente che fornire un contributo assai parziale. Essa potrà però forse incoraggiare nuove ricerche, che gioverebbero senz’altro ad un autore ancora troppo ignorato.

2 Caso I: Eugraph. Ter. Andr. 55

PLERIQVE OMNES apud antiquos ista dictio ponebatur, ut ‘omnes’ superuacuum fieret et superior tantum sermo propriam significationem contineret.

fort. <ita> ista dictio (Wess. in app.)

Il vecchio Simone sta raccontando al fedele Sosia di come, a differenza degli altri suoi coetanei, il figlio Panfilo abbia coltivato le più varie passioni, senza preferirne, però, una in particolare.15

15 Ter. Andr. 55‑9 SI. quod plerique omnes faciunt adulescentuli, | ut animum ad aliquod studium adiungant, aut equos | alere aut canes ad uenandum aut ad philosophos, | horum ille nil egregie praeter cetera | studebat et tamen omnia haec mediocriter (la citazione terenziana, come quelle che seguiranno, è riportata secondo l’edizione di Kauer, Lindsay 1926). Per un commento al passo cf. Cioffi 2020, 161‑4; Goldberg 2022, 125‑6.

La nota di Eugrafio si sofferma sull’espressione plerique omnes, con lo scopo di porne in rilievo le peculiarità linguistiche. L’interesse dimostrato dal commentatore per questo nesso è, a dire il vero, tutt’altro che sorprendente. Già Aulo Gellio, in effetti, vi aveva dedicato un’intera trattazione nel capitolo XII del libro VIII, oggi perduto, delle sue Notti Attiche.16 A questa voce si aggiungono poi quelle di Servio,17 di Prisciano18 e soprattutto, come si vedrà a breve, di Elio Donato. La testimonianza di tali opere, grammaticali ed esegetiche, nelle quali l’originalità convive con la riproposizione di temi ed analisi già codificati dalla critica preesistente, consente di apprezzare come plerique omnes abbia rappresentato un problema di lingua assai comune in ambito erudito.19 In questa prospettiva, credo che tornare sullo scolio eugrafiano, suggerendone una lettura più precisa di quella che ne è stata finora offerta, possa restituire alla sua testimonianza un ruolo meglio definito.

16 Gell. 8.12: Quid significet in ueterum libris scriptum ‘plerique omnes’; et quod ea uerba accepta a Graecis uidentur. Gellio potrebbe qui alludere a Nevio (carm. frg. 52 FPL4), come supposto da Marshall 1968, 276, a Plauto (Trin. 29), o proprio a Terenzio, il quale ricorre a questo sintagma anche in Haut. 830 e Phorm. 172.

17 Seru. Aen. 1.181: ANTHEA SI QVEM aut ordo est ‘ascendit scopulum requisiturus Anthea Capyn Caicum, si quem uideat’. et usus est shoc genere elocutionis, quo et Terentius, qui dixit ‘quod plerique omnes faciunt adulescentuli’. Atqui nihil tam contrarium; omnes enim generale est, plerique speciale: ordo ergo est, quod omnes faciunt adulescentuli, ut animum ad aliquod studium adiungant, plerique equos alere, plerique canes. Per il ruolo di Terenzio nell’esegesi virgiliana di Servio (e del cosiddetto Servio auctus), cf. Craig 1930b; 1931. Si dedicano al tema, ma con un maggiore interesse per il rapporto tra Servio (genuinus e auctus) ed il commento a Terenzio di Donato, anche Lloyd 1961, 318‑27; Maltby 2005; Bureau 2011; Vallat 2015; Da Vela, Foster 2016.

18 Prisc. 87.12‑15 Rossellini Attici: ‘προέχοντες τούτωνκαὶτούτουςκαὶπολλῶν πάντων’. Πλάτων περιάλγει: ‘ἀλλ’ἡγούμεσθα οὐκ ἀνδρείως πολλῶν πάντων προέχοντες’. Terentius in Andria: ‘quod plerique omnes faciunt adulescentuli’. Spunti utili per lo studio delle citazioni terenziane in Prisciano si possono trovare in Craig 1930a; Rossellini 2011, 190‑1. Per uno sguardo d’insieme sul ricorso a Terenzio nelle opere dei grammatici latini rinvio a Monda 2015.

19 A questo interesse non è venuta meno neppure la critica moderna, che sulla questione appare divisa: il nesso asindetico ha per alcuni un valore disgiuntivo, per altri un valore limitativo (per un quadro più completo, con ulteriore bibliografia in merito, cf. Cioffi 2020, 162). La sua resa traduttiva fa registrare invece un generale accordo: «quasi tutti» in Posani 1990, 91; Traina 20005, 112; «fast alle» in Spengel 18882, 15; Dziatzko, Hauler 19134, 111; «most (perhaps I should say) all» in Shipp 19602, 124; «just about all» in Goldberg 2022, 125.

Stando al testo stampato da Wessner, l’espressione plerique omnes viene presentata come una dictio arcaica; soltanto plerique – aggiunge poi la nota – conferisce significato al sintagma, laddove omnes ne è ritenuto invece una componente pleonastica.

Questo mio primo intervento ha per oggetto la lezione tràdita dictio, in luogo della quale suggerisco di leggere adiectio:

PLERIQVE OMNES apud antiquos ista <a>di<e>ctio ponebatur, ut ‘omnes’ superuacuum fieret et superior tantum sermo propriam significationem contineret.

Tale proposta poggia su quattro diversi argomenti, di cui sarà bene fornire adesso un resoconto dettagliato:

  1. Dictio è senza alcun dubbio un termine fra i più comuni in testi di contenuto grammaticale;20 il suo impiego in uno scolio di questo genere, dunque, non suscita a prima vista particolari perplessità. Tuttavia, un’indagine più approfondita fa emergere alcune problematiche, alle quali il termine adiectio, come cercherò di dimostrare, sembra offrire una valida soluzione.

    20 Cf. Schad 2007, 129.

Nella letteratura artigrafica latina tardo-antica, la più prossima all’epoca del commentatore, dictio assume spesso un significato molto vicino a quello di ‘parola’.21 La definizione presentata in questi trattati – purché si accetti qualche semplificazione – è quella di un’entità linguistica di senso proprio, composta da sillabe e capace a sua volta, insieme ad altre dictiones, di comporre una frase (oratio).22 Si tratta di un valore documentato già dall’Institutio oratoria di Quintiliano, da cui si apprende che la doppia accezione di uerbum (‘verbo’/‘parola’), potenzialmente ambigua, aveva reso necessario ricorrere a dei termini alternativi come uox, locutio e, per l’appunto, dictio.23

21 Cf. Job 1893, 58; Garcea 2005, 153‑7; Hyman 2005, 162; Schad 2007, 129.

22 Cf. Char. 14.26‑9 Barwick; Diom. GLK 1.436.10‑13; Dosith. 27.1‑28.2 Bonnet (sul complesso di queste testimonianze cf. Jeep 1893, 121; Barwick 1922, 52‑3; Garcea 2005, 154). I tre manuali, del resto, mostrano significativi punti di contatto, ancora oggi al centro del dibattito tra gli studiosi di grammatica (un utile riepilogo della questione, con la principale bibliografia al riguardo, in Zetzel 2018a, 187‑9).

23 Quint. Inst. 1.5.2 (sul passo vedi Schreiner 1954, 39; Ax 2011, 153).

Alla luce di quanto detto, il testo di Eugrafio, così come ci è stato tramandato, fa rilevare subito una prima criticità: se è vero che la formula plerique omnes può essere intesa come un costrutto unitario, rimane comunque difficile attribuirle la precisa connotazione di ‘parola’, così come vorrebbe l’impiego di dictio; per di più, il prosieguo dello scolio non mostra alcuna continuità con una lettura di questo tipo.

È possibile supporre allora che il termine rivesta qui un valore differente? In effetti, sia dentro che fuori i confini della terminologia grammaticale, dictio può esprimere diversi significati, tra i quali compaiono anche quelli, assai più generici, di ‘espressione’/‘modo di dire’.24 Non mancherebbero neppure esempi in cui dictio sia riferito ad anomalie linguistiche relativi proprio ad un insieme di parole.25 È dunque forse questo il nostro caso? Per provare a dare una risposta, è opportuno ora considerare il testo del commento nel suo complesso e rilevare tutte le altre attestazioni del termine.

24 Cf. Holtz 1981, 139; Hyman 2005, 163.

25 Cf. Don. mai. 658.11‑12 Holtz: Cacemphaton est obscena enuntiatio uel in conposita dictione uel in uno uerbo, ut ‘numerum cum nauibus aequet’ et ‘arrige aures Pamphile’ (vedi anche Isid. orig. 1.34.5 Cacemphaton dictio obscena uel inconposite sonans. Obscena, ut: ‘His animum arrecti dictis’. Inconposita, ut: ‘Iuuat ire et Dorica castra’).

La voce risulta impiegata in soli altri tre luoghi – dato di per sé già significativo – nei quali, in effetti, il senso di dictio non si lascia assimilare a quello di ‘parola’. Eppure, tutte e tre le occorrenze del termine si legano a notazioni retorico-drammaturgiche, che poco o nulla hanno a che vedere con un problema di pura grammatica come nel caso di plerique omnes.26 Questo confronto interno isola il passo di Eugraph. Ter. Andr. 55 e sembra quindi ribadire l’incoerenza del testo tràdito accolto dall’editore.

26 Eugraph. Ter. Eun. 107: breuitas semper in narratione seruanda est et in dictione aperta uerba; 663 ‘amabo’ interponitur comica dictione; Ter. Phorm. 426: METVIT HIC NOS summissiore dictione, quoniam senex dixerat ‘sic es aduersum me paratus, ut omnia contra facias?’: quae res ostendit iracundiam esse lenitam.

Di fronte alle difficoltà fin qui segnalate, adiectio ha il pregio di descrivere il lemma commentato in maniera più pertinente e meno ambigua. Il termine indica, infatti, un preciso fenomeno linguistico, dato dall’aggiunta di un elemento pleonastico e ininfluente sul significato di una determinata espressione. Più in particolare, insieme alla deminutio/detractio, alla immutatio e alla trasmutatio, l’adiectio è parte di quella a cui Quintiliano si riferisce col nome di quadripertita ratio, e che è stata definita con efficacia da Wolfram Ax una «Generalschlüssel zur Lösung der unterschiedlichsten Sprachabweichungsprobleme».27

27 Ax 1986, 196. Sull’argomento cf. anche Desbordes 1983; Garcea 2018; Harto Trujillo 2020.

Proprio per la sua appartenenza ad uno schema di impianto generale, il fenomeno dell’adiectio viene richiamato in riferimento a più livelli linguistici: esempi quali relliquias/reliquias,28 in Alexandriam/Alexandriam,29 sic ore locuta est/sic locuta est,30 appartengono a classificazioni di certo diverse, ma rispondono tutti ad un identico meccanismo di base.

28 Cf. Don. mai. 653.8 Holtz.

29 Cf. Quint. Inst. 1.5.38.

30 Cf. Don. mai. 658.13‑14 Holtz.

Plerique omnes – ritorniamo all’espressione in esame – mostra di inserirsi perfettamente nella casistica di questo procedimento, e le parole della nota paiono darne una conferma sicura.

  1. Giunti a questo punto, bisogna chiedersi se la lettura di plerique omnes appena ricostruita conti qualche altra attestazione. Un’interpretazione simile risulta testimoniata, in effetti, anche dal commento a Terenzio di Donato (Ter. Andr. 55.1):31

    31 Per il testo del commento all’Andria seguo qui la più recente edizione di Cioffi 2017a.

QVOD PLERIQVE O. F. A. haec adiectio dicitur in primo posita loco, – adiectiones uero aut in prima parte orationis aut in ultima adiciuntur. Hic ergo ‘plerique’ ex abundanti positum est, ‘omnes’ uero necessario additum est – et alibi (Eun. 85) ‘iam calesces plus satis’; in ultimo, sicut (Eun. 126; Haut. 257) ‘interea loci’; id est ‘interim’.

Nonostante il rapporto tra le due componenti del sintagma appaia rovesciato rispetto a quello suggerito dalla nota eugrafiana – non è più omnes, infatti, ad essere giudicato pleonastico, ma plerique, che è detto appunto ex abundanti positum –, l’accostamento dell’espressione allo schema dell’adiectio è chiarissimo e sembra offrire così un ottimo parallelo alla mia proposta di lettura.32

32 Una buona sintesi dello scolio, citato per altri propositi, si può reperire in Cioffi 2013, 106.

Questa valutazione, tuttavia, rischierebbe di apparire soltanto parziale, se non considerasse anche il seguito del commento donatiano al v. 55 dell’Andria. Se si prosegue nella lettura, infatti, è possibile accorgersi di alcune incongruenze (55.3):

PLERIQVE OMNES F. ἀρχαισμòς est – nam errat, qui ‘plerique’ παρέλκον intellegit aut qui subdistinguit ‘plerique’ et sic infert ‘omnes’. Hoc enim pro una parte orationis dixerunt ueteres eodem modo quo Graeci πάμπολλα et Latini (Eun. 85) ‘plus satis’. Naeuius in bello Punico (carm. frg. 52 FPL4) ‘plerique omnes subiguntur sub suum iudicium’.

Il testo non lascia spazio ad ambiguità: plerique non è, come vorrebbero alcuni, un’aggiunta, indicata qui col termine tecnico παρέλκον,33 ma una parte integrante, e si direbbe necessaria, della stessa unità linguistica, al pari del greco πάμπολλα.34

33 Per l’uso ed il valore di questo termine nel commento donatiano cf. Παπαδημητρίου 1982; Jakobi 1996, 120‑3.

34 Anche gli studi moderni si pongono sulla stessa linea: il corrispettivo sarebbe πάμπολλοι secondo Wölfflin 1879, 41; Dziatzko, Hauler 19134, 111; Cioffi 2020, 162; πλείονες πάντες secondo Traina 20005, 112.

L’incoerenza di queste due note appare evidente, e non è affatto passata inosservata al vaglio della critica.35 Lo stesso Wessner – che su questo punto non pare essere seguito dall’ultima edizione di Cioffi – mostra di nutrire dei sospetti sulla piena genuinità dei due scolii. Un’ampia porzione della nota 1, – di cui, però, viene risparmiata la prima parte e quella per noi più decisiva (haec adiectio dicitur in primo posita loco) –, e della nota 3 vengono infatti riportate in corsivo.

35 Cf. Hahn 1872, 2‑5; Smith 1889, 5‑6.

Una contraddizione del genere, ad ogni modo, non suscita alcuna sorpresa. Sono proprio queste incongruenze a dimostrare il complesso stato dell’opera donatiana nella forma che ne è oggi conservata.36

36 La ricchissima bibliografia sul tema riflette un dibattito lungo più di due secoli; non si può dunque che rimandare qui all’assenziale: Dziatzko 1874; Sabbadini 1894; Wessner 1902‑08, 1:, XLIV-XLIX; Zetzel 1975; Reeve 1978; 1979; Zetzel 1981, 148‑68; Reeve 1983; Victor 2013, 353‑8; Cioffi 2017a; 2017b; 2018; Zetzel 2018a, 254; 2018b.

A prescindere tuttavia dal problema dell’autenticità, ciò che qui importa non è tanto che lo scolio 1 sia del tutto autentico, ma che documenti la circolazione di questa esegesi, del resto confermata, sia pure in negativo, anche dallo scolio 3.37

37 Il concetto di ἀρχαισμòς richiamato in Don. Ter. Andr. 55.3., a proposito del quale cf. Magallón García 2002, sembra rappresentare tuttavia un punto di contatto con quanto ricordato da Eugrafio all’inizio della sua nota (apud antiquos ista dictio ponebatur), oltreché col già citato passo di Gellio (8.12).

  1. Il testo di Don. Ter. Andr. 55.1 si rivela utile anche per gli altri esempi di adiectio suggeritivi, fra i quali merita qui particolare attenzione quello di interea loci (‘mentre’/‘intanto’/‘nel frattempo’).38 Anche Eugrafio, infatti, mostra interesse per questa formula e decide quindi di riservarle un breve commento (Ter. Eun. 255). È una nota che vale la pena di considerare da più vicino e da cui, forse, può trarsi un indizio prezioso per il seguito della mia argomentazione:

    38 Cf. ThlL s.v. «interea» VII 1, col. 2184, 61‑8. Il nesso ricorre tre volte in Terenzio: Haut. 257; Eun. 126; 255.

INTEREA LOCI VBI AD MACELLVM VENIMVS significaui iam ‘interea loci’ nihil aliud tenere nisi interim, ut ‘loci’ adiectio sit nihil significans.

In modo analogo al caso di omnes in Eugraph. Ter. Andr. 55,39 l’aggiunta del genitivo loci è giudicata una ridondanza,40 che non apporta un significato ulteriore a quello già veicolato da interea o da un avverbio di senso affine come interim.41 Il passo dimostra chiaramente che il commentatore conosce il fenomeno dell’adiectio e sa rilevarne la presenza in maniera pertinente.42

39 I due passi, si noti, hanno una struttura molto simile, specie nell’ultima parte, dove ut […] et superior tantum sermo propriam significationem contineret sembra speculare a ut ‘loci’ adiectio sit nihil significans.

40 Si tratta di una specifica tipologia di genitivo partitivo, dipendente da avverbi di valore in genere spaziale (cf. Ernout, Thomas 19532, 49‑50).

41 La corrispondenza interea loci/interim compare anche in Don. Ter. Andr. 55.1, dove l’avverbio è il risultato di un’emendazione di Wessner, accolta anche dall’edizione di Cioffi.

42 Significaui iam, correzione di Wessner del tràdito significauit iam, lascia intendere peraltro che l’espressione interea loci sia stata già commentata prima. L’unico luogo dell’opera a cui questa affermazione potrebbe alludere è Eugraph. Ter. Eun. 127, nel quale viene citato il verso appena precedente dell’Eunuco: hic intelligendum acriter illud est, quod supra dixit ‘te amatorem interea loci cognoui’ ut ideo miles puellam tanto pretio emerit, quod sciret se tantum amari a meretrice, quippe cum eam sic reliquisset, quae adhuc nullum haberet amatorem. Ergo consequenter hodie irascitur miles, posteaquam inuenit meretricem cum hoc amatore. In un primo momento, Trasone è convinto di essere l’unico amante di Taide, ragione per la quale ha deciso di accontentare la donna e di regalarle Panfila. Il miles è venuto però a sapere che nel frattempo Taide ha conosciuto un altro uomo, Fedria. Ciò, oltre a farlo impazzire di gelosia, complica ulteriormente le già difficili sorti dell’ancilla. Ora, è abbastanza singolare il fatto che significaui iam non rinvii ad una precisa analisi del nesso, ma piuttosto ad una sorta di parafrasi, nella quale interea loci riceve una spiegazione implicita e del tutto indiretta. Tenuto per fermo l’intervento dell’editore, che qui pare inconfutabile, sorge spontanea una domanda: è possibile che il passo a cui significaui iam sta accennando sia andato perduto? Un passo che aveva una prima, ma chiara, descrizione di interea loci, e nel quale verosimilmente si trovava citato anche interim? In alternativa si potrebbe supporre anche che Eugrafio – o un suo interpolatore, come sarei più incline a credere – abbia ricavato il significaui iam da una fonte nella quale l’impiego del verbo era giustificato.

Sulla base di questa conclusione, per quale ragione non pensare allora che l’adiectio venga da lui chiamata in causa, in modo non meno opportuno, anche per plerique omnes?43 L’accostamento dei due sintagmi allo stesso meccanismo linguistico sarebbe inoltre, come già visto, tutt’altro che isolato, e troverebbe una conferma in quell’esegesi, documentata proprio da Don. Ter. Andr. 55.1, che accomunava, seppure non totalmente, interea loci a plerique omnes.44

43 Non è inutile notare che nel caso di interea loci il termine adiectio sia, correttamente, riferito solo ad uno degli elementi della coppia, ossia loci; nella nota relativa a plerique omnes – si potrebbe obiettare – ista adiectio appare collegarsi invece all’intero costrutto e non, come sarebbe più esatto, al solo omnes. L’obiezione è senz’altro legittima e del resto si potrebbe accogliere senza neppure modificare adiectio. Basterebbe infatti provare ad intervenire su ista, così da eliminare il nesso diretto tra adiectio ed il lemma. Temo però che il problema sollevato rischi di dare un peso eccessivo a quella che si direbbe una banale semplificazione da parte dell’autore: sia omnes che loci sono percepiti come un’aggiunta solo ed esclusivamente quando posti in coppia con plerique o interea. Ciò detto, che il termine adiectio sia qui allargato a tutta la coppia – ma si veda poi come subito l’elemento superfluo sia identificato in omnes – può essere forse considerato impreciso ma del tutto accettabile nell’economia del discorso.

44 Smith 1889, 7 avanza però dei dubbi sull’analogia dei due casi, pur accettando la loro comune arcaicità: «that interea loci is a parallel to plerique omnes except as an archaism is doubtful».

  1. L’ultimo argomento in favore della mia correzione è di carattere paleografico. La genesi della supposta corruttela può infatti essere ricostruita piuttosto agevolmente: ista adiectio > ist(a a)diectio > ista diectio > ista dictio.45

    45 Lo stesso errore, ma a parti invertite, si registra nella tradizione dell’Ars minor di Donato (min. 601.17 Holtz), nel quale in luogo del corretto dictionibus il testimone S* tramanda la lezione adiectionibus.

La discussione di questa mia proposta correttiva non può ritenersi conclusa senza prima un accenno all’ipotesi testuale segnalata dall’editore in apparato: fortasse <ita> ista dictio.

La ragione del suggerimento sembra connessa alle due consecutive ut ‘omnes’ superuacuum fieret | et superior tantum sermo propriam significationem contineret, le quali, in accordo all’uso più comune, risulterebbero anticipate così da un elemento correlativo (ita). Non è da escludere che l’idea di Wessner sia stata incoraggiata anche da un argomento di tipo paleografico. L’editore, infatti, potrebbe avere interpretato la caduta di ita come l’esito di un’aplografia, dovuta all’estrema somiglianza grafica dell’avverbio col vicino ista.

Sebbene sia presentata soltanto come un’ipotesi, questa integrazione riesce, a mio avviso, tutt’altro che persuasiva.46 Com’è noto, l’enunciazione di una frase consecutiva in latino può prescindere dal ricorso ad elementi correlativi.47 Questo dato – e ciò è quanto di più conta per la mia obiezione – trova riscontro anche nel commento di Eugrafio.

46 Più economico forse correggere in i[s]ta, emendamento del resto più convincente anche per chi, rimasto persuaso da adiectio, ritenga problematico che con ista il termine sia riferito a tutto il lemma. Per ragioni espresse prima, tuttavia, questa difficoltà sembra solo apparente e non basta a giustificare un intervento sul dimostrativo.

47 Vari esempi in OLD s.v. «ut», 32 b.

Fra i vari altri luoghi in cui il lettore può imbattersi, quello riportato qui di seguito si dimostrerà forse il più utile (Ter. Andr. 77):

undecim enim numerum suum habent, ‘alter’ uero, ut diximus, de duobus est, hoc est de duodecimo et tertio decimo, ut ista copulatio ‘alter ab undecimo’ tertium decimum annum significet, qui uicinus est pubertati, quo uerisimile fieret illum ueneri potuisse seruire.

Anche in questo caso la proposizione consecutiva introdotta da ut non fa registrare alcun correlativo che la preceda. È ancor più interessante, poi, osservare le analogie che avvicinano questo testo a Eugraph. Ter. Andr. 55: il ricorso ad un termine di sapore tecnico come copulatio; l’utilizzo dello stesso aggettivo dimostrativo ista; e per finire, la presenza del verbo significo.48

48 Verbo, beninteso, frequentissimo in testi grammaticali (cf. OLD s.v. «significo», 6 b).

3 Caso II: Eugraph. Ter. Eun. 81

omnis autem petitio uim deliberatiuam tenet.

petitio uim Wess.: petitionem (-tio orationem B’)49 codd. || deliberatiua F

49 La sigla B’ viene usata da Wessner per riferirsi ad excerpta eugrafiani inseriti nel margine del testo terenziano trasmesso da B.

Taide sta rivolgendo a Fedria, giovane follemente innamorato di lei, una preghiera quasi disperata: dovrà starle lontano solo un paio di giorni, di modo che Trasone, un altro suo spasimante, si convinca finalmente a regalarle Panfila, schiava che ella intende restituire alla famiglia d’origine.50 Pur in preda alla gelosia e alla rabbia, alimentate anche dai consigli del suo servo Parmenone,51 Fedria non mostra risolutezza e alle prime parole dolci – ma sincere – di Taide è costretto a cedere,52 promettendole così di rispettare la sua volontà.53

50 Ter. Eun. 150‑2: TH. id amabo adiuta me, quo id fiat facilius: sine illum priores partis hosce aliquot dies | apud me habere.

51 Ter. Eun. 154: PA. eu noster, laudo: tandem perdoluit: uir es.

52 Ter. Eun. 178: PA. labascit uictus uno uerbo quam cito!

53 Ter. Eun. 187‑8: PH. rus ibo: ibi hoc me macerabo biduom. ita facere certumst: mos gerundust Thaidi.

La breve nota in esame è posta al termine di una più ampia sezione introduttiva, la quale, in linea con l’assetto dell’opera eugrafiana,54 serve a riassumere la scena commentata e ad anticipare l’analisi che ne verrà condotta.55

54 Cf. Laborie 2012, 37‑9.

55 Eugraph. Ter. Eun. 81: in hac scaena primo controuersia est, dein deliberatiua. controuersia talis est: […]. meretrix habens amatorem, qui promiserat uirginem quandam […], hanc inquam amator alius cum promisisset, meretrix adulescentem amatorem exclusit. rea fit iniuriarum. Haec controuersia uenialem statum continet: confitetur enim se fecisse iniuriam, uerum dicit necessitate […]. haec controuersia accusationem habet et defensionem, sed defensio persuerat usque ad deliberatiuam: nam petitura est meretrix aliquot dies, se adulescens amatorem futurum pollicetur. omnis autem petitio uim deliberatiuam tenet. ergo secundum ordinem ad singula reuertamur.

Sebbene sia chiaramente riferita alle parole di Taide, l’osservazione contenuta in questo passo esibisce un carattere assai più generale. L’uso di omnis lascia qui intendere, infatti, che la uis deliberatiua non appartenga soltanto alla petitio della meretrix, ma a tutto il campo delle petitiones.56 In effetti, il nesso tra la petitio ed il genere oratorio deliberativo viene segnalato dal commentatore anche in altri luoghi della sua opera.57 Un accostamento del genere, tuttavia, non è per nulla scontato. La mia indagine, infatti, non ha reperito altre tracce di questo legame, se non in alcuni punti del commento donatiano, il cui rapporto con i passi di Eugrafio rimane però impossibile da definire in modo certo.58

56 Il significato attribuito a omnis all’interno del commento non è, a dire il vero, sempre costante. In questo caso, come da norma, si riferisce al tutto analizzato nelle sue parti; alle volte, però, può indicare il tutto come un’unità, al pari di totus, che le grammatiche spesso affiancano ad omnis proprio quale altro modo di esprimere il concetto di totalità (cf., per es., Ernout, Thomas 19532, 200; Bertotti, Traina 20033, 178‑9). Per uno studio linguistico aggiornato su omnis, anche in rapporto a totus, mi limito a rimandare a Martzloff 2016, dove si potrà reperire ulteriore bibliografia in merito.

57 Eugraph. Ter. Andr. 315: [[deinde adit Pamphilum]] et tamquam ab eo impetraturus, ut defendat, deliberatiuae utitur partibus (per semplici ragioni redazionali, ho scelto di usare le doppie parentesi quadre, e non il corsivo come Wessner, per segnalare una porzione di testo trasmessa dalla sola recensio β); Ter. Phorm. 485: haec scaena petitionem tenet, quod deliberatiuae saepe genus diximus, quippe, cum leno peteret argentum ab adulescente, ille dilationem postulauit; Ter. Ad. 447: in hac scaena accusatio sola est et defensio nulla. habet etiam partem potius admixtae deliberatiuae: nam postea idem hic qui accusat et petit, uti adulescens eandem ducat uxorem.

58 Cf. Don. Ter. Andr. 319.3: ut in petitionibus fieri solet, beneficium petens utitur partibus deliberatiuae; Ter. Phorm. 485.1: haec scaena in petitione est, quae saepe admittit deliberatiuae locum. In effetti, i due luoghi mostrano diverse affinità col testo di Eugrafio, come in Ter. Andr. 315/319, dove la somiglianza, ancorché limitata ad una stringa testuale molto breve, appare quasi letterale (deliberatiuae utitur partibus | utitur partibus deliberatiuae). Se ciò permette di ipotizzare un qualche dialogo fra queste note, non è così facile dimostrare una relazione diretta né, tantomeno, una dipendenza di Eugrafio da Donato. I rapporti tra i due commenti, oggetto del mio lavoro di tesi e su cui spero di potermi dilungare in un’altra sede, meriterebbero maggiore attenzione da parte della critica contemporanea, che, con qualche eccezione (vedi Demetriou 2014, 795, che pure è scettica sulla fattibilità di questa ricerca), sembra quasi avere ignorato la rilevanza del problema. Per avere un’idea della questione si dovrà quindi ritornare alla filologia otto-novecentesca: Gerstenberg 1886, 34‑79; Karsten 1905a; 1905b (spec. 267‑8); Wessner 1905, 31‑2; 1907b, 224‑5; Steele 1909, 341.

Il silenzio delle fonti potrebbe trovare una risposta nel fatto che la petitio, intesa come un’azione legale perseguita in sede di processo civile, venga comunemente inserita nella sfera del genus iudiciale, e non di quello deliberatiuum.59 Tuttavia, il termine petitio può trovare impiego anche al di fuori di un contesto prettamente giuridico, e assumere significati meno tecnici come quelli di ‘richiesta’/‘domanda’/‘preghiera’.60 Da tale prospettiva la coerenza della nota pare mantenersi intatta: ogni richiesta ha in sé un valore deliberativo, in quanto, in linea con gli scopi di questo genere oratorio, è argomentata da chi la presenta con l’obiettivo di convincere chi dovrà deliberare.

59 Cf. rhet. ad Her. 1.2: Iudiciale est, quod positum est in controuersia et quod habet accusationem aut petitionem cum defensione; Cic. inu. 1.7: Aristoteles autem, […], tribus in generis rerum uersari rhetoris officium putauit, demonstratiuo, deliberatiuo, iudiciali. […]; iudiciale, quod positum in iudicio habet in se accusationem et defensionem aut petitionem et recusationem (cf. anche Grill. rhet. 44.73‑4 Jakobi Ciuiles causae sunt, in quibus petitio est et recusatio, ut puta ille illud petit praemii nomine, tu contradicis).

60 Cf. OLD s.v. «petitio», 3.

Fin qui ho provato a chiarire il contenuto della nota eugrafiana, assumendo come base del mio discorso il testo fissato da Wessner. Questa, beninteso, non è stata una scelta di pura comodità espositiva. L’intervento dello studioso mi pare infatti molto ben calibrato ed è proprio da esso, come si vedrà, che prende le mosse la mia proposta di lettura. A questo punto, non rimane dunque che approfondire la questione, e ciò a partire da un’osservazione più puntuale del testo tràdito.

Come si può notare dall’apparato, la tradizione del passo mostra più di qualche difficoltà. La maggioranza dei testimoni tramanda infatti un testo visibilmente corrotto (omnis autem petitionem deliberatiuam tenet), ed anche la lezione di F (omnis autem petitionem deliberatiua tenet) – che ha tutta l’aria di un emendamento – dà luogo ad un ordo uerborum davvero poco convincente. Non manca di obiezioni neppure il testo di B’ (omnis petitio orationem deliberatiuam tenet), le cui criticità paiono semmai dare forza proprio alla correzione apportata dall’editore. Innanzitutto, la formula deliberatiua oratio – che pure non è in sé assurda – non annovera alcun altro esempio nel prosieguo del commento;61 per indicare l’afferenza, più o meno stretta, di una scena o di un discorso all’ambito deliberativo, l’autore preferisce piuttosto ricorrere a diverse perifrasi,62 tra le quali compare proprio uim deliberatiuae/deliberationis tenere.63 Oltre a ciò, il testo di B’ rende molto difficile ripristinare la genesi della corruttela, mentre la proposta di Wessner riesce ad offrirne una ricostruzione semplice e verisimile: petitio uim > petitionem.

61 Fa qui accezione il testo della recensio α, che in Eugraph. Ter. Eun. 81 tramanda deliberatiuam orationem in luogo del semplice deliberatiuam, trasmesso da β: haec controuersiam accusationem habet et defensionem, sed defensio perseuerat usque ad deliberatiuam.

62 Deliberatiuam tenere/continere/habere in Eugraph. Ter. Andr. 28; 236; Ter. Phorm. 441; species deliberatiuae/deliberantis in Ter. Eun. 967; 1067; Ter. Ad. 947; deliberatiuae partibus uti/partem deliberatiuae habere in Ter. Andr. 315; Ter. Ad. 447.

63 Eugraph. Ter. Andr. 206: [[haec scaena]] deliberatiuae uim tenet, nam territus a domino seniore Dauus deliberat, cui obtemperet, an adulescentis animo, an imperio senis satisfaciat; Ter. Haut. 242: quae res an fieri possit deliberationis uim tenet. A questi passi è possibile aggiungere altri due esempi di carattere affine: Ter. Eun. 668: haec scaena adhuc superioris controuersiae uim tenet; Ter. Ad. 155: haec scaena uim concertationis tenet sine ulla specie controuersiae.

Alla luce di quanto detto, il testo stampato dall’editore sembra restituire al passo una forma persuasiva, che tiene conto ad un tempo dello stile e dei meccanismi di trasmissione testuale. Nondimeno, è forse possibile apportarvi un miglioramento e al prezzo di un intervento minimo: propongo infatti di correggere uim deliberatiuam in uim deliberatiuae. Stando all’uso di Eugrafio, l’aggettivo deliberatiuus, declinato al femminile deliberatiua, viene impiegato quasi sempre come un sostantivo e pare ogni volta sottintendere il termine causa.64 Tolto il passo in questione, infatti, l’unico luogo in cui deliberatiuus si comporta come un normale aggettivo vede proprio l’occorrenza di causa (Ter. Andr. 28): Prima scaena huius comoediae causam continet quasi deliberatiuam.

64 Su quest’uso cf. ThLL s.v. «deliberatiuus», V 1, coll. 438, 82‑439, 1‑2.

Il testo di Wessner rappresenterebbe perciò l’unico caso del commento nel quale deliberatiuus sia usato come aggettivo al fianco di un termine diverso da causa. Considerata anche l’estrema economia dell’intervento, una normalizzazione di questo genere appare qui più che giustificata.65

65 Normalizzazione operata in un caso (cf. Eugraph. Ter. Hec. 753) anche dallo stesso Wessner, il quale, sulla scia di Goetz, decide di correggere la lezione tràdita deliberatiua in deliberatiuae: SED SCIN QVOD VOLO POTIVS FACIAS hic iam deliberatiua<e> imago est.

4 Caso III: Eugraph. Ter. Phorm. 231

Ita omnisoratio argumentis et per quaestiones proponitur et per argumenta dissoluitur.

oratio argumentis (-ti G)] exspectes accusatio senis vel sim. (Wess. in app.)

Il testo appena riportato proviene dal commento alla prima scena del secondo atto del Phormio. I suoi precisi rimandi all’intreccio della commedia, sui quali verterà una parte sostanziale della mia discussione, richiedono una sintesi della trama più ampia di quella svolta per i due passi precedenti.

La storia, ambientata ad Atene, ruota attorno alle tresche amorose dei cugini Antifone e Fedria. I due, approfittando della momentanea assenza dei padri, Demifone e Cremete, impegnati in un viaggio all’estero, con l’aiuto di Geta, servo di Demifone e loro tutore, e del parassita Formione, tentano di realizzare il loro piano d’amore. Antifone – ecco la parte della trama di maggiore interesse per i miei propositi – si è innamorato perdutamente di Fanio, una ragazza di condizione libera, ma orfana e per nulla benestante, che Demifone non avrebbe quindi mai accettato come sposa del figlio. La volontà del senex, tuttavia, non può niente contro l’ingegnosissimo piano escogitato da Formione: secondo l’istituto della ἐπιδικασία, il diritto attico obbliga il parente più prossimo di una ragazza rimasta orfana (ἐπίκληρος) a sposarla, o in alternativa, ad offrirle una certa somma in dote.66 Il parasitus, fingendosi allora amico paterno di Fanio, e sostenendo che Antifone è un suo stretto parente, chiama il giovane in giudizio. Questi, com’è ovvio, si guarda bene dal difendersi, e così il matrimonio viene ratificato dalla sentenza dei giudici.

66 Sebbene l’ἐπιδικασία, priva di paralleli nel diritto romano, non sia stata forse del tutto estranea agli spettatori, il poeta ha comunque ritenuto di doverne offrire una breve presentazione per bocca di Geta (Ter. Phorm. 125‑6: GE. Lex est ut orbae qui sint genere proxumi | eis nubant, et illos ducere eadem haec lex iubet). Anche la scelta – un unicum nella produzione terenziana – di modificare il titolo Ἐπιδικαζόμενος dell’originale greco di Apollodoro di Caristo potrebbe essere stata motivata proprio dalla scarsa familiarità del pubblico latino con questa legge (cf., per es., Bianco 1962, 169; Focardi 1990, 107, nota 2; Bonfanti 2009, XXI; cf. però anche le diverse posizioni sull’argomento di Lefèvre 1978, 14; Goldberg 1986, 76; Zanetto 1991, 10). A proposito della figura della ἐπίκληρος in ambito latino (da Cecilio Stazio a Seneca il Vecchio), rimane tuttora fondamentale il contributo di Paoli 1943; ad esso si potrà aggiungere – ma in un’ottica più ampia, che coinvolge anche la commedia greca – Scafuro 1997, 279‑305.

La prima scena del secondo atto, più in particolare, segna il vero punto d’inizio della commedia:67 Demifone ha fatto ritorno ad Atene, e in collera per la bravata del figlio è pronto ad esigere spiegazioni. Ha luogo così un serrato botta e risposta, che vede da un lato proprio il senex e dall’altro Fedria e Geta, chiamati ad una disperata difesa di Antifone, scappato via prima dell’arrivo del padre.68

67 In I, 1 (Ter. Phorm. 35‑50) ha luogo soltanto il breve monologo del πρόσωπον προτατικόν Davo; I, 2 (Ter. Phorm. 51‑152), contenente il dialogo che questi terrà con l’amico Geta, è volto alla sola narrazione degli antefatti. È noto l’interesse che queste due prime scene hanno alimentato negli studiosi, soprattutto a proposito del loro rapporto con l’Ἐπιδικαζόμενος di Apollodoro. Uno dei principali fronti di discussione verte sulla presunta invenzione terenziana del personaggio di Davo. Sono di questo parere, sia pure con posizioni divergenti sulla struttura delle due scene nell’originale, Bianco 1962, 173 e Lefèvre 1969, 100, le cui tesi sono state contestate più di recente da Sommaruga 1998. Per un’ulteriore bibliografia sul tema nel suo complesso rimando a Kruschwitz 2004, 97 nota 5.

68 Ter. Phorm. 216: AN. non possum adesse. Per il valore tecnico di questa espressione, con la quale si indica chi è presente in giudizio, in veste amichevole o in veste ostile, cf. Massioni 1993, 163, nota 18.

Se osservati da più vicino, i protagonisti di questo dibattito paiono gli attori di un vero e proprio processo, con tanto di accusa e di difesa. A tal riguardo, la critica ha più volte sottolineato che il carattere e lo stile retorico-forense, già cifre tipiche del prologo terenziano,69 pervadono il Phormio, nel quale non a caso si tiene un processo ‘vero’, come quello intentato da Formione ai danni – o per meglio dire a vantaggio – di Antifone.70

69 Sul prologo terenziano cf. almeno Valgiglio 1971; Focardi 1972; Gelhaus 1972; Focardi 1978; Goldberg 1983; 1986, 31‑60; Calboli 1993; Barsby 2007, 39‑43.

70 Cf. Focardi 1990; Massioni 1993; Tedeschi 2016, 15‑51; Gaertner 2022, 90.

Come visto anche nel secondo dei tre casi in esame, il passo oggetto del mio intervento si colloca al termine del commento introduttivo alla scena, di cui questa volta mi sembra necessario citare il testo integrale (Eugraph. Ter. Phorm. 231):

In portu senex filium suum duxisse uxorem audiuit: secum ergo conqueritur satis admiratus, quod ille tantum facinus ausus sit implere. haec scaena continet accusationem et habet controversiam talem: quod contra imperium patris uxorem duxerit, filius reus est; qui defenditur sic ‘feci, sed [[feci]] coactus iudicio et [[coactus]] legibus’ (I). cui occurritur ‘potuisti ducere uxorem, maxime cum lex sit “orba nubat proximo, [[orbam proximus ducat]], aut dotem petat”: at si in parte legis est, ut dotem adhibeat, etiam te dare oportuit.’ Sed hoc soluitur, quod inopia non potuit istud impleri, ut et hic uenialis status sit (II). Huic rursus quaestioni opponitur, quod mutua pecunia sumi potuit. Sed huic occurritur qualitate absoluta, an filio in familia constituto pecuniam mutuam accipere liceat, an aliquis huic pecuniam potuerit credere (III). Ita omnis †oratio argumentis† et per quaestiones proponitur et per argumenta dissoluitur.

Il testo enuclea tre momenti-chiave:

  1. Demifone, appena apparso in scena dopo il suo rientro dall’estero, accusa il figlio di essersi sposato contro la sua volontà.71 A ciò si dà risposta col seguente argomento: «l’ho fatto, è vero, ma perché mi è stato imposto dai giudici e dalla legge».72

    71 Ter. Phorm. 231‑4: DE. Itane tandem uxorem duxit Antipho iniussu meo? | nec meum imperium – ac mitto imperium –, non simultatem meam | reuereri saltem! non pudere! o facinus audax, o Geta | monitor! […]. Ad essere precisi, Demifone mostra di conoscere già i dettagli della vicenda, come si evince da Ter. Phorm. 235‑8: DE. […] An hoc dicet mihi: | ‘inuitu’ feci. lex coegit’? audio, fateor. GE. places. | DE. uerum scientem, tacitum causam tradere aduorsariis, | etiamne id lex coegit?. Lo studio di Kuiper 1938, 66, – il cui metodo non è stato tuttavia immune da critiche (cf. Bianco 1962, 176, nota 295) –, sottolinea l’incoerenza di questo momento dell’intreccio: «It remains unexplained how Demipho can have learnt all the details of the law-suit and the marriage on his way from the harbour before 231». Dopo l’intervento di Büchner 1974, 318, che ridimensiona il problema, Lefèvre 1978, 61‑3, ritorna sulla scia di Kuiper, giustificando la pregressa conoscenza dei fatti di Demifone come un voluto intervento di anticipazione operato dal commediografo.

    72 Ter. Phorm. 273‑7: PH. sed siqui’ forte malitia fretus sua insidias nostrae fecit adulescentiae ac uicit, nostra[n] culpa east an iudicum, qui saepe propter inuidiam adimunt diuiti | aut propter misericordiam addunt pauperi?

Come si può notare, questa difesa non riceve una definizione tecnica precisa. Quanto osservato appena poco dopo a proposito del secondo argomento difensivo (vedi punto 2), ut et hic uenialis status sit, lascia intendere, però, che anche essa afferisca al campo della uenia;73 il ricorso al participio coactus pare essere inoltre una chiara allusione allo status uenialis per necessitatem;74

73 Sullo status uenialis in generale cf. Martin 1974, 41; Calboli Montefusco 1979, 318‑19; 1986, 129‑39; Sposìto 2001, 48‑53; Pirovano 2006, 93‑101. A proposito di Eugrafio cf. Pirovano 2004, 104‑5; 2006, 95, nota 9.

74 Tradizionalmente la uenia può essere ottenuta quando si adduca come scusante uno o più dei seguenti elementi: imprudentia (mancata conoscenza di qualcosa), casus (presenza di un qualsiasi caso accidentale), necessitas/necessitudo/uis (presenza di una forza maggiore). Eugrafio aderisce in pieno a questa tripartizione (cf. Ter. Eun. prol. 27): Venia enim tribus modis fit: ui, casu, ignorantia.

  1. Appellandosi al testo della legge, Demifone fa osservare che, in alternativa al matrimonio, sarebbe stato possibile offrire alla ragazza una dote.75 La linea seguita dalla difesa su questo punto è molto chiara: «non c’era denaro sufficiente».76 Anche in questo caso, Eugrafio rileva il ricorso allo status uenialis: sed hoc soluitur, quod inopia non potuit istud impleri, ut et hic uenialis status sit.

    75 Ter. Phorm. 293‑8: DE. Mitto omnia; | do istuc ‘inprudens timuit adulescens’; sino tu ‘seruo’s’; uerum si cognata est maxume, non fuit necessum habere; sed id quod lex iubet, | dotem dareti’, quaereret alium uirum. Qua ratione inopem potiu’ ducebat domum?

    76 Ter. Phorm. 299: GE. non ratio, uerum argentum deerat.

  2. «Se non c’era abbastanza denaro», obietta il padre, «lo si sarebbe potuto prendere in prestito».77 All’obiezione si ribatte così: «un giovane ancora sotto la potestà del padre non può chiedere soldi in prestito e del resto non si sarebbe trovato nessuno disposto ad offrirglieli».78 Diversamente dal caso precedente, il commentatore fa qui riferimento alla qualitas absoluta.79 La ragione di questa scelta esegetica risiede forse nel fatto che, a differenza di quanto previsto per lo status uenialis, la difesa non ritiene reato l’azione imputata dall’accusa, ma piuttosto un atto conforme al diritto. Tutta la questione si riassume dunque in questa domanda: iure sit factum?80

    77 Ter. Phorm. 299‑301: DE. sumeret | alicunde […]. postremo si nullo alio pacto, fenore.

    78 Ter. Phorm. 302‑3: GE. hui dixti pulchre! siquidem quisquam crederet | te vivo.

    79 Sulla qualitas absoluta, cf. Lausberg 19903, 97‑8; Martin 1974, 38‑9; Calboli Montefusco 1979, 311‑14; 1986, 108‑13; Pirovano 2006, 75‑7. Come segnalato proprio da Pirovano 2006, 77, la qualitas absoluta non è di certo tra gli status più presenti nel commento di Eugrafio: cf. Ter. Eun. prol. 1: Hic status primo qualitas absoluta ex iuris ratione, deinde qualitas uenialis per ignorantiam (sulle problematiche testuali del passo cf. anche Pirovano 2022); Ter. Haut. 53: Ergo in hac scaena status qualitas est absoluta, an iuste fecerit uel faciat, quod de se senex exigat poenas.

    80 Cf. Rhet. ad Her. 2.19: In ea conuenit quaeri, iurene sit factum.

Dopo avere meglio inquadrato la scena del Phormio e i punti focali dell’esegesi eugrafiana,81 si può finalmente volgere l’attenzione al passo da cui siamo partiti. Wessner decide di obelizzare per intero il segmento oratio argumentis, suggerendo in apparato un esempio di lettura (accusatio senis) che si adatti al significato complessivo della nota. A mio giudizio, la scelta dell’editore è condivisibile solo in parte. La lezione argumentis non sembra in effetti dare senso e ciò può giustificare il ricorso alla crux; anche il suggerimento proposto in apparato si muove senz’altro verso la giusta direzione, dato che il verbo dissoluitur è qui riferito chiaramente all’accusa imbastita da Demifone.82 Su un punto, tuttavia, non mi pare si debba convenire con lo studioso: perché ritenere corrotta anche la parola oratio? Se invece si tentasse di conservarla – e nel passo non c’è nulla che lo impedisca –, sarebbe possibile trovare un modo di ripristinare il testo? Ecco allora la mia proposta:

81 La sezione lemmatica del commento, che non ho ritenuto opportuno riportare a testo, fa vedere una sostanziale coerenza con quanto affermato dall’autore in sede introduttiva. A tal riguardo, possono però tornare utili due rapide precisazioni: (1) il commento ai singoli versi, comprensibilmente più puntuale, estende la propria esegesi a porzioni di testo non considerate nell’introduzione. Un esempio è dato dalla lettura di Ter. Phorm. 281‑4, dove il commentatore ricorre nuovamente allo status uenialis: hic defensio illa ponitur, quod adulescens cogitare quidem potuit, at pudore et uerecundia oppressus cogitata non potuit proloqui. Haec pars uenialis est ex aetate (la venia ex aetate in questione sembra riconducibile alla categoria per imprudentiam); (2) sull’ultimo argomento impiegato da Geta, relativo all’impossibilità per un filius familiae di ricevere denaro in prestito, le due parti del commento convergono pienamente: la sola differenza risiede nella mancata menzione della qualitas absoluta. Ter. Phorm. 295: donat senex omnia argumenta concedens ad ueniam, sed apponit legis partem qua iubetur, ut dos orbae dari possit. sed huic, ut supra diximus, occurrit per uenialem statum rursus, quod argentum defuit. quam rem cum soluisset senex dicendo ‘alicunde sumeret uel faenore’, non soluta est tamen, quod negauit licere filio familiae mutuam pecuniam credi. Un tale silenzio serve forse a dimostrare come, anche in presenza di uno schema fisso, il commento appaia ben lontano da una rigidità che gli imponga una continua ed esplicita indicazione degli status.

82 Per questo uso di dissoluo cf., per es., Quint. Inst. 5.13.1: Refutatio dupliciter accipi potest: nam et pars defensoris tota est posita in refutatione, et quae dicta sunt ex diuerso, debent utrimque dissolui.

ita omnis oratio argu[m]entis et per quaestiones proponitur et per argumenta dissoluitur.

Questo semplice intervento ha tre vantaggi non trascurabili:

  1. Un’estrema economia paleografica e, di conseguenza, una evidente facilità nel ricostruire la genesi dell’errore (forse indotto anche dall’argumenta poco distante);

  2. Una buona pertinenza al significato generale della nota di commento: arguens sembra calzare bene al ruolo di Demifone e alle accuse avanzate nella sua oratio;

  3. La frequenza nel commento del nesso oratio + participio presente al caso genitivo: terrentis patris orationem (Ter. Andr. 228); irridentis est ista oratio (350); orationem irascentis amatoris exclusi (Ter. Eun. 59); haec oratio exultantis est (Ter. Ad. 254). A tali passi, senza il timore di forzare le statistiche, si potranno affiancare numerosi altri luoghi di carattere affine: haec scaena allocutionem tenet exultantis et gaudentis et laetantis (Ter. Eun. 549); haec scaena allocutionem tenet serui gloriantis (923); est ergo hic allocutio gaudentis (1031); hac scaena Demiphonis continentur uerba promittentis fratri omnia se esse facturum (Ter. Pho. 713); haec scaena uerba tenet Demiphonis reuertentis, posteaquam argentum datum est (766); dicuntur igitur sententiae ab aduocatis tribus: una dissuadentis, persuadentis altera, tertia eqs. (441);

Agli argomenti portati in favore della mia proposta sembra opporsi, tuttavia, proprio l’usus del commentatore: la figura dell’accusante viene sempre appellata, infatti, col participio accusans o col nomen actionis corrispondente, accusator. Seppur meritevole di menzione, questa difficoltà è però tutt’altro che insuperabile. Arguo è una voce assai diffusa nel lessico giuridico-processuale e costituisce una delle forme alternative o complementari al verbo accuso.83 Di ciò, del resto, dà conferma lo stesso Eugrafio (Ter. Andr. 149):

83 Cf., per es., Cic. top. 24.92: sed definitae quaestiones a suis quaeque locis quasi propriis instruuntur,*** quae in accusationem defensionemque partitae; in quibus existunt haec genera, ut accusator personam arguat facti, defensor aliquid opponat de tribus; Verr. 2.2.114: te […] ciuitates publice litteris legationibus testimoniis accusant queruntur arguunt; Ulp. Dig. 50.16.197: ‘indicasse’ est detulisse; ‘arguisse’ accusauisse et conuicisse; Isid. diff. 1.19: Inter ‘Arguere’ et ‘coarguere’. ‘Coarguere’ est coercere et compescere, ‘arguere’ modo accusare, modo aliquid ostendere, et patefacere est.

deest uel intelligi licet ‘arguere aut accusare debuisti’.

Se poi si considerano le varie occorrenze del verbo nel corso del commento,84 in almeno alcune delle quali il valore di arguo aderisce in pieno a quello di accuso,85 la uariatio rappresentata da arguens perde gran parte delle sue presunte debolezze, già intaccate dai tre argomenti citati sopra.

84 Eugraph. Ter. Andr. 149; Ter. Eun. 86; 792; 960; Ter. Haut. 99; 848; Ter. Ad. 467; 672.

85 È una precisazione doverosa: in alcune attestazioni riportate nella nota precedente, arguo, che pure conserva un senso accusatorio, ha un valore più vicino a quello di ‘mostrare’, ‘sostenere’, etc. (cf. OLD s.v. «arguo», 1‑2; ThLL s.v. «arguo» II, col. 551, 20‑60). Si veda, però, Eugraph. Ter. Haut. 99: hic iam se arguit, quod iuste de se exigat poenas, siquidem, cum animaduertisset filium amare mulierem, [[non]] humano modo neque, uti decuit, adulescentuli animum sic tractauit, sed aperte ui et more patrum cotidie accusauit; Ter. Ad. 467: ac deserendi causam non solum in adulescente arguit, sed ipsum factum iam proponit, quod psaltriam rapuerit (da notare come il discorso di Egione rivolto a Demea venga poco dopo definito da Eugrafio proprio una accusatio: Demea audita accusatione de fide quaerit); 672 et quasi arguit patrem, quod haec magis debuerit dicere. In questi casi l’affinità col verbo accuso non lascia dubbi.

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