Un nuovo frammento dell’Issione di Sofocle? Il lemma Σοφοκλέους in Stobeo 1.3.30

Gabriele Chirielli

Università Ca’ Foscari Venezia, Italia

Abstract This article discusses the possibility that the present fr. trag. adesp. 5 K.-Sn., a iambic trimeter transmitted by Stobaeus (1.3.30), may originate from Sophocles’ Ixion, a play now lost. The new attribution is prompted by the textual evidence in the Parisinus gr. 2129 of the author’s genitive Σοφοκλέους, added by a second hand next to the verse, alongside the indication ἠξίωνος (scil. Ἰξίονος) referring to the title of the drama. The existence of the lemma has not been recorded by editors so far, including Wachsmuth. In the second part of this article the fragment, for which the new number **296a is proposed, is presented with critical text, translation, and a commentary.

Keywords Sophocles’ fragments. Stobaeus. Lemma. ἐχθρός. Justice.

Questo articolo nasce da alcune conclusioni sviluppate nella mia tesi magistrale Il mito di Issione sulla scena tragica. I frammenti di Eschilo, Sofocle, Euripide: edizione, traduzione, introduzione e commento, discussa presso l’Università di Pisa nell’a.a. 2022-23 e in corso di rielaborazione per la stampa. Desidero ringraziare la prof.ssa Laura Carrara, relatrice della tesi magistrale, per aver promosso la pubblicazione dell’articolo e avermi seguito nella sua realizzazione e revisione; a lei, al prof. Tiziano Dorandi, al prof. Federico Favi e a tutti coloro che hanno anonimamente letto l’articolo, esprimo, inoltre, viva riconoscenza per le utili e generose indicazioni.

1 Introduzione

Dell’Issione di Sofocle si conserva il solo fr. 296 R. δίψιον, monoverbale e d’interpretazione incerta,1 senz’altro insufficiente ai fini di una ricostruzione della trama dell’opera, della cui esistenza si è persino dubitato.2 Dal titolo è possibile arguire che il protagonista del dramma fu Issione,3 uno dei grandi ‘peccatori’ del mito greco insieme a Sisifo e Tantalo: re dei Lapiti, Issione prese in sposa Dia, promettendo in cambio al padre Eioneo ricchi doni; per sottrarsi all’impegno preso, uccise a tradimento il suocero e fu colpito dalla contaminazione, ma Zeus, mosso a compassione, eseguì su di lui il rituale purificatorio e lo portò con sé sull’Olimpo. Qui il sovrano lapita compì il suo secondo e più grave delitto, tentando di sedurre Era; per questo fu punito da Zeus, venendo legato per l’eternità a una ruota.

1 Ambedue gli scoli testimoni del fr. 296 R. glossano l’aggettivo δίψιος con il participio perfetto medio-passivo βεβλαμμένον (danneggiato), indicando che, nel caso specifico dell’Issione, Sofocle avrebbe impiegato l’aggettivo con un valore differente dal consueto ‘assetato’.

2 Il primo studioso a esprimere il proprio scetticismo in merito fu Welcker (1839, 402), ipotizzando che nello schol. LP ad A.R. 4.14 (262.18‑263.2 Wendel), in cui è citato il fr. 296 R. dall’Issione di Sofocle, l’originario nome di Eschilo fosse stato scambiato con quello di Sofocle e fosse stato assegnato, dunque, a quest’ultimo un aggettivo proveniente in realtà dall’Issione eschileo. Trattandosi dell’unica testimonianza nota a Welcker (che ignorava lo schol. AgP ad Il. 4.171 [P ed. An. Par. 3.162.24‑30 Cramer], anch’esso vettore del fr. 296 R.) dell’esistenza dell’opera, egli negava di fatto che Sofocle avesse composto un Issione.

3 Per un’esposizione del mito di Issione, si veda Gantz 1993, 718‑21.

In base ai titoli e ai frammenti superstiti, sembra che avessero per protagonista il medesimo personaggio mitico anche i drammi Donne di Perrebia (frr. 184-*186a R.) e Issione (frr. *89‑93 R.) di Eschilo e Issione di Euripide (frr. 424‑427 K.), parimenti perduti. Scrissero drammi intitolati Issione anche i tragediografi Callistrato e Timesiteo (dei quali non si conserva alcun frammento) e il commediografo Eubulo (fr. 35 K.-A.).

2 Testimone e ipotesi di attribuzione

Il frammento è costituito da un solo trimetro giambico ed è tramandato nell’Anthologium di Giovanni di Stobi nel capitolo Περὶ δίκης παρὰ τοῦ θεοῦ τεταγμένης ἐποπτεύειν τὰ ἐπὶ γῆς γιγνόμενα ὑπὸ τῶν ἀνθρώπων, τιμωροῦ οὔσης τῶν ἁμαρτανόντων (1.3.30); esso è riportato dal codice F, ovvero il Neapolitanus III D 15 (diktyon 46320),4 databile al XIV secolo, f. 10r, in cui non è indicato né l’autore né l’opera di provenienza, e dal codice P, ovvero il Parisinus gr. 2129 (diktyon 51758),5 databile al XVI secolo,6 che sul margine destro del foglio 12r presenta il lemma ἠξίωνος. Tale forma è di per sé vox nihili, ma può essere facilmente interpretata come una corruttela, frutto di itacismo, per il genitivo Ἰξίωνος;7 così corregge Wachsmuth 1884, 58, che stampa, però, Ἰξίονος con vocale breve.8 Collegando al trimetro la notizia marginale di P, il frammento verrebbe a essere attribuito a un’opera intitolata Issione, verosimilmente un dramma (in ragione del ritmo giambico del testo). Finora, si è sempre ritenuto che il codice P non fornisse ulteriori indicazioni sulla provenienza del verso, omettendone la paternità. Tuttavia, nella stessa pagina del manoscritto, sull’estremità destra, in posizione contigua ma lievemente al di sotto del lemma ἠξίωνος,9 si può notare che una seconda mano ha aggiunto una postilla [fig. 1]; essa, però, a causa dell’esiguo spazio di scrittura e dello sbiadire dell’inchiostro, risulta oggi non immediatamente identificabile. Wachsmuth non ne registra l’esistenza.

4 Napoli, Biblioteca Nazionale di Napoli «Vittorio Emanuele III», III D 15.

5 Paris, Bibliothèque nationale de France, gr. 2129.

6 Per ulteriori informazioni sui due codici F e P, si vedano rispettivamente Dorandi 2020, 266‑7 e 268‑9 e Dorandi 2023, 43‑4 e 45‑7; su F, si vedano anche Formentin, Richetti, Siben 2015, 134‑5.

7 A mia conoscenza, il medesimo errore è osservabile almeno in un altro caso: nel Vat. gr. 1296, testimone della Suda (codice S, datato al 1205, per cui si veda Adler 1928, X), alla voce dedicata al grammatico Demetrio di Adramitto (f. 116v), al posto delle regolari forme di nominativo Ἰξίων e di accusativo Ἰξίωνα si leggono ἠξίων e ἠξίωνα con eta iniziale. Diversamente, il Paris. gr. 2625 (codice A, datato al XIII sec., per cui si veda Adler 1928, VIII) (f. 147r) non presenta l’errore.

8 Il nome Ἰξίων è caratterizzato da una doppia declinazione, a vocale breve e a vocale lunga, una varianza che interessa anche il titolo degli omonimi drammi. Un caso simile è costituito dal nome di Alcmeone, protagonista dei due omonimi drammi euripidei oggi perduti (Alcmeone a Corinto e Alcmeone a Psofide), per cui esiste sia la forma a vocale breve sia quella a vocale lunga. In una nota in trimetri giambici scritta a margine del codice Pal. gr. 252 (IX sec.), latore delle Storie di Tucidide, il filologo bizantino Giovanni Tzetzes esprimeva la propria preferenza per la forma a vocale breve, poiché i sostantivi derivanti da un verbo, come il nome Ἀλκμαίων, che deriva dal verbo ἀλέξω, abbreviano l’omega in omicron nella declinazione. Applicando la stessa regola grammaticale al nome di Issione, che, derivando o da ἰξύς (cintola, lombi) o da ἱκέτης (supplice) o da ἵξις (venuta), ha un’origine denominale e non deverbale, sembrerebbe preferibile la forma a vocale lunga, ma la maggior diffusione della declinazione a vocale breve spinge comunque all’adozione di quest’ultima. Sulla questione del nome di Alcmeone e della nota di Tzetzes, si veda Carrara 2023, 22‑33. Per la possibile derivazione del nome di Issione da ἰξύς, si veda Chantraine DELG s.v. «ἰξύς»; da ἱκέτης, si veda LSJ s.v. «Ἰξίων»; da ἵξις, si veda Choerob. Orth. in An. Ox. 2.221.25‑30 Cramer.

Il confronto con una sequenza osservabile alla metà del foglio precedente [fig. 2], apposta dalla stessa mano, recitante Σοφοκλέους e introduttiva dell’ecloga 20 (costituita da Soph. Ai. 758‑61), ne chiarisce il dettato: si tratta del genitivo del nome di Sofocle, seppur in forma abbreviata (Σοφοκλ-).

Figure 1 ‑2 Parisinus gr. 2129, f. 12r-v (© Bibliothèque nationale de France)

Data la sua posizione contigua alla forma ἠξίωνος, il marginale parrebbe volersi riferire a essa e, quindi, al verso proveniente dall’Issione, indicando che il trimetro apparterrebbe all’Issione di Sofocle. Tale lemma d’autore potrebbe risalire a Ianos Lascaris (1445‑1534),10 che in tarda età lavorò sul codice e vi appose note. Se così fosse, Lascaris, avido lettore di manoscritti, alcuni dei quali presumibilmente perduti, potrebbe aver rinvenuto il verso corredato del lemma d’autore in un altro ramo della tradizione indiretta e aver integrato da lì il genitivo Σοφοκλέους. L’ipotesi che il nome dell’autore fosse sopravvissuto in un altro, eventuale, testimone potrebbe essere supportata dal fatto che, in origine, probabilmente anche Stobeo presentava il lemma autoriale. Infatti, questo sembrerebbe essere l’unico caso nell’Anthologium di un lemma limitato al genitivo dell’opera di provenienza, senza che il suo autore sia stato precedentemente indicato.11 D’altronde, difficilmente l’attribuzione potrebbe essere stata avanzata ope ingenii, poiché, in assenza di elementi inequivocabilmente sofoclei, sarebbe stato più naturale assegnare il verso agli omonimi drammi di Eschilo e di Euripide (ugualmente perduti ma più noti), che sono anche menzionati all’interno dell’Anthologium,12 piuttosto che al quasi sconosciuto dramma di Sofocle. Un caso simile potrebbe essere costituito da Stob. 1.1.2 (1.23.7‑10 Wachsmuth), laddove (f. 4v) la seconda mano ha aggiunto il lemma Εὐριπίδου in corrispondenza dell’odierno Eur. fr. 941 K. inc. fab., la cui paternità euripidea è confermata dai molteplici testimoni indiretti,13 ma non è espressa né in P né in F. Lo stesso si osserva anche con l’estratto seguente, da Arat. Phaen. 1‑9, a cui la seconda mano ha affiancato il lemma Ἀράτου (f. 5r). Ciò conferma la tendenza del corrector a integrare dati lemmatici ove mancanti, attingendo dalla tradizione diretta o indiretta.

10 Sulla biografia di Lascaris e sul suo ruolo di diffusore della cultura greca in Italia, attraverso il recupero e l’edizione di codici bizantini, si vedano Kovtun 1977, 17‑26 e Wilson [1992] 2016, 112‑14; per un quadro biografico di Lascaris e un’indagine della sua attività sui codici, cf. Mondrain 2000, 417‑26.

11 Così mi segnala il prof. Tiziano Dorandi, che ringrazio per la preziosa indicazione.

12 Dall’Issione di Eschilo, fr. 90 R., veicolato da Stob. 4.53.15 (5.1101.19‑20 Hense); dall’Issione di Euripide, fr. 425 K., veicolato da Stob. 3.10.7 (3.409.13‑410.1 Hense), e fr. 426 K., veicolato da Stob. 4.10.14 (4.332.3‑6 Hense).

13 Cf. Kannicht 2004, 936, in apparato critico.

Come si è visto, il primo studioso a individuare il lemma ἠξίωνος e a riportarlo al trimetro ἐχθρὸς μὲν ἁνήρ κτλ., riconoscendone così l’appartenenza a un’opera intitolata Issione, fu Kurt Wachsmuth, editore dei primi due libri dell’Anthologium;14 egli operò la correzione Ἰξίονος e ammise in apparato di non poter stabilire se il testo provenisse dall’Issione di Eschilo o di Euripide, ignorando la possibilità che si trattasse dell’omonimo dramma di Sofocle. Successivamente, la maggior parte degli editori di frammenti tragici ha preferito non prendere posizione, non ravvisando elementi sufficienti per un’attribuzione: così Nauck ([1889] 1964, 838) e Kannicht, Snell (2007, 10), che inseriscono il verso tra gli adespota tragica. Mette ([1981‑82] 1967, 138) tenta di assegnare il monostico all’Issione di Euripide, con la numerazione *563: la scelta è forse motivata da ragioni linguistiche, presentando il frammento la formula di inizio verso ἐχθρὸς μὲν ἁνήρ, attestata anche in Eur. Her. 1049, ma mai in Eschilo o in Sofocle. Tuttavia, tale concordanza, seppur certamente da rilevare (come si farà anche nel commento), non può costituire da sola un elemento decisivo, trattandosi di un nesso costituito da due termini tutto sommato piuttosto comuni, che potrebbe non risultare nei corpora di Eschilo e di Sofocle soltanto per scarsità di documentazione.

14 Meineke (1860, 30), ignorando ancora il lemma ἠξίωνος, stampava il trimetro senza alcuna indicazione circa l’opera di provenienza.

In alternativa, il lemma Σοφοκλ- potrebbe riferirsi non al titolo ἠξίωνος e, quindi, al nostro monostico, ma al verso riportato due righi sotto, dopo la citazione di Od. 14.83‑4 (etichettata con ὁμηρ- in margine),15 ovvero all’odierno Soph. fr. 895 R. inc. fab. ἀεὶ γὰρ εὖ πίπτουσιν οἱ Διὸς κύβοι (infatti, i dadi di Zeus cadono sempre bene), altrimenti sprovvisto di lemma.16 La paternità sofoclea di questo trimetro è indipendentemente assicurata dallo schol. MBVCMlMnPrRbRwSSa ad Eur. Or. 603.12 (Mastronarde)17 (= schol. MTAB ad Eur. Or. 603 [1.159.8‑10 Schwartz]), in cui, però, non è indicato il dramma di provenienza.18 L’ipotesi potrebbe essere supportata dal fatto che la stessa seconda mano autrice del marginale ha operato interventi sul verso: esso, tràdito da P nella forma corrotta ἂν γὰρ πίπτουσιν οἱ Διὸς κύβοι, viene emendato da P rec., che corregge ἄν in ἀεὶ e integra εὖ. Dalla medesima auctoritas manoscritta, il corrector potrebbe aver tratto sia queste due lezioni sia il nome di Sofocle. In ambedue i codici F e P, l’ecloga 32 (Soph. fr. 895 R.) risulta agglutinata con la precedente (Od. 14.83‑4), come si evince dall’utilizzo del punto in alto (·) in luogo dei due punti (:) che il copista impiega solitamente per dividere un’ecloga dall’altra. La seconda mano non interviene a segnalare l’estraneità del trimetro rispetto al passo omerico. Ciò non prova, però, che il corrector non fosse a conoscenza del fatto che l’odierno Soph. fr. 895 R. costituisse un verso a sé stante (e, di conseguenza, che potesse trattarsi di un trimetro sofocleo). Infatti, egli potrebbe aver ritenuto non necessario operare la correzione, dato il passaggio da esametro a trimetro giambico, o, semplicemente, non aver colto l’agglutinamento. Tuttavia, va osservato che, se la seconda mano avesse voluto riferire il lemma Σοφοκλ- all’odierno Soph. fr. 895 R., verosimilmente l’avrebbe posto accanto al verso, essendo il margine adiacente del tutto vuoto.

15 οὐ μὲν σχέτλια ἔργα θεοὶ μάκαρες φιλέουσιν | ἀλλὰ δίκην τίουσι καὶ αἴσιμα ἔργ’ ἀνθρώπων (gli dèi beati non amano le azioni scellerate, ma onorano la giustizia e le azioni rette degli uomini [trad. dell’Autore]). Il secondo verso è tràdito dai due codici stobeani in una forma parzialmente corrotta: F presenta τ’ ἴουσι al posto di τίουσι; F e P hanno ἴσασιν al posto di αἴσιμα.

16 Radt (1999, 574), in apparato critico, riportando la citazione di Stobeo, segnala l’assenza del lemma con la dicitura «omisso lemmate».

18 Il verso è caratterizzato da una ricca tradizione indiretta, ma soltanto il citato scolio all’Oreste ne attesta la paternità sofoclea, per cui si veda Radt 1999, 574‑5, in apparato critico.

Sebbene non si possa escludere del tutto la pertinenza di Σοφοκλ- alla citazione di Soph. fr. 895 R., si è scelto di valorizzare la presenza del marginale proponendone, in virtù della sua collocazione accanto al lemma indicante l’opera, il collegamento con ἠξίωνος e ipotizzando così la sopravvivenza di un secondo frammento dell’Issione di Sofocle, testimoniato dal solo Stobeo. L’utilizzo dei due asterischi nella nuova numerazione del verso vuole, però, ribadire l’incertezza nella riconduzione del lemma al frammento e, conseguentemente, del lacerto medesimo al dramma sofocleo, secondo le convenzioni dei TrGF.19 L’analisi qui proposta, pur non consentendo di porre il trimetro in relazione con altri elementi del dramma, a causa della penuria di informazioni al riguardo, mira ad arricchire la conoscenza dell’Issione di Sofocle, introducendo nuovi dati utili alla ricostruzione dell’opera sofoclea.

19 Cf. Snell 1971, XI.

3 Testo critico, traduzione e commento

Soph. fr. **296a (fr. trag. adesp. 5 K.-Sn.)

ἐχθρὸς μὲν ἁνήρ, ἀλλὰ τὴν δίκην σέβω

Stob. 1.3.30 (Περὶ δίκης παρὰ τοῦ θεοῦ τεταγμένης ἐποπτεύειν τὰ ἐπὶ γῆς γιγνόμενα ὑπὸ τῶν ἀνθρώπων, τιμωροῦ οὔσης τῶν ἁμαρτανόντων [titulus recurrit in indice florilegii Laurentiani litt. Δ n. 30]) PF (1.58.1‑2 Wachsmuth) Ἰξίονος (ἠξίωνος P in mg. : om. F : corr. Wachsmuth) Σοφοκλ(έους) (P rec. in mg. : poetae nomine omisso PF)· ‘ἐχθρὸςσέβω’.

ἐχθρὸς P rec. F : ἐχρὸς P | ἁνὴρ Gaisford: ἀνὴρ Stob.

Soph. fr. **296a (fr. trag. adesp. 5 K.-Sn.)

Costui è inviso, ma io onoro la giustizia

Stobeo 1.3.30 (Sulla giustizia preposta dal dio a sorvegliare ciò che avviene in terra a opera degli uomini, vendicatrice di coloro che sbagliano) PF (1.58.1‑2 Wachsmuth) dell’Issione di Sofocle: ‘Costui – giustizia’.

ἐχθρὸς μὲν ἁνήρ: il verso presenta una struttura bipartita, con due emistichi scanditi da una forte pausa in corrispondenza della cesura pentemimere. Nel primo colon, si ha una tipica formula composta da aggettivo/avverbio + particella + sostantivo ἁνήρ in cui si deve sottintendere il verbo ‘essere’ (ἐστι), particolarmente frequente a inizio verso:20 tra i numerosi paralleli, si possono citare a titolo di esempio Eur. Med. 686 σοφὸς γὰρ ἁνὴρ καὶ τρίβων τὰ τοιάδε o Eur. Cycl. 591 ἔνδον μὲν ἁνήρ· τῷ δ’ ὕπνῳ παρειμένος. Anche altrove, come in questo verso, il passaggio da un colon all’altro implica il cambiamento del soggetto, ad es. in Eur. Her. 458‑9 σκαιὸς γὰρ ἁνήρ. τοῖς σοφοῖς δ’ εὐκτὸν σοφῷ | ἔχθραν συνάπτειν. La sequenza ἐχθρὸς μὲν ἁνήρ si trova a inizio di verso anche in Eur. Her. 1049 ἐχθρὸς μὲν ἁνήρ, ὠφελεῖ δὲ κατθανών, laddove Alcmena esorta gli Ateniesi a uccidere Euristeo, in virtù sia del suo essere nemico, sia dell’utilità che avrà da morto, avendo egli promesso eterna protezione ad Atene. A fronte di un dettato similare e di un’analoga struttura metrica organizzata intorno alla cesura pentemimere, il passo euripideo presenta una differente declinazione del verso: i due elementi costituenti il trimetro, l’essere nemico e l’utilità, non sono in contrapposizione, ma concorrono alla necessità che Euristeo sia messo a morte, come esprime la particella copulativa δέ al posto dell’avversativa ἀλλά. Una simile sequenza a inizio di verso è attestata anche in Aesch. Sept. 509 ἐχθρὸς γὰρ ἁνὴρ ἀνδρὶ τῷ ξυστήσεται, con cui Eteocle descrive l’inimicizia che intercorrerà tra i propri soldati e quelli di Polinice quando si troveranno gli uni di fronte agli altri:21 in questo caso, però, non si ha contrapposizione con il secondo colon, che continua il pensiero del primo. In contesto gnomico, il sintagma ἐχθρὸς ἁνήρ figura in Men. Mon. 239 Pernigotti ἐχθροῦ παρ’ ἀνδρὸς οὐδέν ἐστι χρήσιμον e *239a Pernigotti ἐχθροῦ παρ’ ἀνδρὸς μὴ δέχου συμβουλίαν. Il parallelo tragico più vicino è costituito da Soph. Ai. 1355 ὅδ’ ἐχθρὸς ἁνήρ, ἀλλὰ γενναῖός ποτ’ ἦν, pronunciato da Odisseo che, riconoscendo il valore del defunto Aiace, ne invoca la sepoltura pur trattandosi di un nemico: questo trimetro è caratterizzato dalla medesima struttura del nostro verso, nonché dalla stessa contrapposizione tra inimicizia e nobiltà d’animo.22

20 Proprio in merito a questo trimetro, la frequenza di tale formula a inizio verso è riconosciuta da Stephanopoulos 1988, 208.

21 Come nota Hutchinson (1985, 124 ad loc.), soltanto tra Iperbio e Ippomedonte avrebbe potuto intercorrere già una reale inimicizia: perciò, il verso sembra prefigurare l’inimicizia che si manifesterà tra i contendenti quando si scontreranno, ma che al momento ancora non sussiste.

22 Finglass (2011, 510 ad loc.) osserva che Odisseo sta replicando ad Agamennone (v. 1354 μέμνησ’ ὁποίῳ φωτὶ τὴν χάριν δίδως), dichiarando quale tipo di uomo Aiace sia (ἐχθρός) e mettendone in rilievo il valore (γενναῖος) per cui egli merita la χάρις, ovvero la sepoltura.

L’aggettivo ἐχθρός, derivato dal sostantivo ἔχθος (odio) e formato dalla stessa radice del latino extra (fuori), in origine indicava probabilmente il forestiero, colui che è escluso da ogni relazione sociale.23 In greco, ha comunemente il significato di ‘ostile’ o ‘odiato’, con valenza rispettivamente attiva o passiva, coincidenti nell’accezione di ‘nemico’.24 Spesso l’odio scaturisce dagli dèi e colpisce gli uomini, come in Aristoph. Eq. 34 ὁτιὴ θεοῖσιν ἐχθρός εἰμ’, οὐκ εἰκότως, dove Nicia afferma di credere all’esistenza della divinità per esperienza personale, essendo lui stesso odiato dagli dèi, o come in Thgn. 1.601 ἔρρε θεοῖσίν τ’ ἐχθρὲ καὶ ἀνθρώποισιν ἄπιστε, in cui il poeta si scaglia contro un anonimo, che, tradendo la sua amicizia, si è attirato l’odio degli dèi e la diffidenza degli uomini.25 Nel frammento stobeano la mancanza di contesto non permette di determinare quale accezione abbia l’aggettivo. Perciò, si è scelto di tradurre il termine con l’italiano ‘inviso’, così da esprimere genericamente lo stato di inimicizia, attiva (cioè provata) o passiva (cioè ricevuta), che doveva caratterizzare il referente di ἐχθρός.

23 Chantraine DELG s.v. «ἔχθος», 391.

24 LSJ s.v. «ἔχθος».

25 Diversamente da tutti gli altri traduttori e commentatori, van Groningen (1966, 239 ad loc.) attribuisce all’aggettivo ἐχθρός il valore attivo di ‘odiatore’, invece che il significato passivo di ‘odiato’. Tuttavia, l’interpretazione passiva è sostenuta dal parallelo, proposto da Garzya (1958, 226 ad loc.), di Od. 10.72‑5, in cui Eolo scaccia Odisseo perché oggetto di odio da parte degli dèi, dopo che i suoi compagni hanno aperto l’otre contenente i venti.

La forma ἁνὴρ con spirito aspro, derivata dalla crasi tra l’articolo e il sostantivo ἀνήρ, è correzione metri causa di Gaisford (1850, 46) per il tràdito ἀνὴρ con spirito dolce, presente in ambedue i codici stobeani. Il medesimo scambio tra le due forme si osserva in numerosi casi analoghi, nei quali a livello editoriale si ripristina sempre l’aspirazione, ad es. nel già citato Soph. Ai. 1355, in cui ἁνήρ è correzione di Erfurdt (1811, 127). In poesia, la sequenza ὁ ἀνήρ / ἁνήρ viene utilizzata frequentemente col valore di pronome dimostrativo di terza persona singolare, equivalente a αὐτός o ἐκεῖνος,26 ad es. in Soph. Ai. 229‑30 περίφαντος ἁνὴρ | θανεῖται, dove ἁνὴρ si riferisce ad Aiace, di cui il Coro sta descrivendo la temuta morte imminente. Altre volte, specie se accompagnato da un aggettivo o da un pronome, il sostantivo ἀνήρ risulta pleonastico: ad es. in Soph. OT 512 ἄνδρες πολῖται o in Eur. fr. 7a.1 K. ἀνὴρ γὰρ ὅστις χρημάτων μὲν ἐνδεής, attribuito al perduto Egeo (Αἰγεύς).

26 LSJ s.v. «ἀνήρ» VI 2.

μὲνἀλλά: la correlazione tra le particelle μέν e ἀλλά esprime qui il contrasto tra la caratterizzazione incipitaria e fortemente negativa dell’anonimo ἀνήρ, che, come si può arguire, dovrebbe scoraggiare la persona loquens dal compiere qualche azione a suo favore, e la volontà del parlante di onorare la giustizia, che lo spingerebbe presumibilmente a trascurare l’odiosità dell’uomo in questione. Si articola così una contrapposizione tra i due concetti, in cui la seconda clausola invalida le conseguenze della prima.27 In tragedia, la combinazione delle due particelle è attestata anche in Soph. Tr. 327‑8 ἡ δέ τοι τύχη | κακὴ μὲν αὐτή γ’, ἀλλὰ συγγνώμην ἔχει, dove Iole, catturata da Eracle che le ha ucciso il padre e i fratelli, è meritevole di comprensione in virtù della sua sorte sciagurata, in Eur. Hel. 281 ἀδίκως μέν, ἀλλὰ τἄδικον τοῦτ’ ἔστ’ ἐμόν, in cui esprime il paradosso tra l’effettiva innocenza di Elena, che non è mai andata a Troia con Paride, e la colpevolezza che gli uomini le attribuiscono,28 e in Eur. Or. 563 ἀνόσια μὲν δρῶν, ἀλλὰ τιμωρῶν πατρί, dove Oreste oppone all’empietà delle proprie azioni la necessità di vendicare il padre Agamennone.29 Soltanto nell’ultimo dei tre passi, la coppia correlativa presenta la medesima contrapposizione rilevata nel verso in oggetto, dal momento che l’urgenza della vendetta sembra ‘annullare’ le implicazioni dell’empietà.

27 Per questo valore della coppia correlativa, si vedano Denniston ([1934] 1954, 5‑6) e Cooper (2002, 2851‑3), ai quali si rimanda anche per la casistica completa. Bonifazi, Drummen, de Kreij (2016, 892) riconoscono alla particella ἀλλά proprio la funzione di «substitution of one alternative with another, which can include the correction of an explicit element, an implicit element, and the switch to a different topic»: in questo caso, il primo elemento, ovvero la natura ‘odiosa’ dell’ἀνήρ, viene ‘corretto’ dal secondo elemento, ovvero l’urgenza di rispettare la giustizia.

28 Così intendono Dale 1967, 84‑5 ad loc. (che propone anche l’interpretazione secondo cui l’ἄδικον di Elena sarebbe la morte della madre Leda, suicidatasi per la vergogna arrecatale dalla figlia, condivisa da Castiglioni 2021, 182 ad loc.).; Kannicht 1969, 93‑4 ad loc.; Burian 2007, 206 ad loc.; Allan 2008, 181 ad loc.

29 Come osserva Biehl (1965, 63 ad loc.), tale contrapposizione, già espressa da Oreste ai vv. 546‑8, viene qui accentuata ulteriormente dalla coppia correlativa μένἀλλά, con particolare enfasi sulla necessità di vendicare Agamennone.

τὴν δίκην σέβω: in questo nesso, il verbo σέβω non implica un’adorazione religiosa, ma esprime una venerazione figurata della δίκη da parte di chi nutre un rispetto talmente profondo per essa da tenerla in considerazione e praticarla. Infatti, σέβω, se utilizzato con termini astratti riguardanti le relazioni sociali, ha un valore simile al latino colo (avere cura di, trattare),30 come ad es. in Eur. Or. 1079 ἥν (scil. Ἠλέκτραν) σοι κατηγγύησ’ ἑταιρίαν σέβων, in cui Oreste menziona le nozze con Elettra che aveva promesso a Pilade in virtù della loro amicizia. L’espressione δίκην σέβειν è, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, rara in greco e di uso quasi esclusivamente tragico. Oltre che in questo frammento, nel dramma (e in poesia in generale) è attestata in Aesch. Eum. 524‑5 ἢ πόλις βροτός θ’ ὁμοί- | ως ἔτ’ ἂν σέβοι Δίκαν, dove il Coro afferma che, se non fosse per la paura, né le città né gli uomini onorerebbero la giustizia,31 in Eur. Suppl. 377‑80 ἄμυνε ματρί, πόλις, ἄμυνε, Παλλάδος, | νόμους βροτῶν μὴ μιαίνειν. σύ τοι | σέβεις δίκαν, τὸ δ’ ἧσσον ἀδικίᾳ νέμεις | δυστυχῆ τ’ ἀεὶ πάντα ῥύῃ (proteggi una madre, città di Pallade, proteggila, non infangare le leggi degli uomini. Tu onori la giustizia e la prediligi all’ingiustizia e difendi sempre ogni infelice), con cui le donne argive appartenenti al Coro, mentre implorano Atene di aiutarle a seppellire i figli, osservano che la città onora la giustizia e protegge gli infelici,32 e, seppur alla forma media,33 Eur. Suppl. 594‑5 ἓν δεῖ μόνον μοι· τοὺς θεοὺς ἔχειν ὅσοι | δίκην σέβονται, quando Teseo, nella battaglia che si accinge a intraprendere contro Tebe, dice di aver bisogno di questo soltanto, di avere dalla propria parte gli dèi che onorano la giustizia.34 In prosa, il nesso è attestato soltanto in due luoghi: in Pl. Lg. 777d.5 διάδηλος γὰρ ὁ φύσει καὶ μὴ πλαστῶς σέβων τὴν δίκην, μισῶν δὲ ὄντως τὸ ἄδικον, ἐν τούτοις τῶν ἀνθρώπων ἐν οἷς αὐτῷ ῥᾴδιον ἀδικεῖν (infatti, chi onora la giustizia per natura e non per finta e detesta davvero l’ingiustizia, apparirà tale [i.e. giusto] con coloro tra gli uomini verso i quali è più facile commettere ingiustizia), laddove l’Ateniese sostiene che chi onora davvero la giustizia e odia l’ingiustizia si comporta magnanimamente anche nei confronti degli schiavi, la categoria d’uomini verso cui sarebbe più semplice commettere soprusi; e in LXX 4 Ma. 8.14.2 μειράκια, φοβήθητε, καὶ ἣν σέβεσθε δίκην, ἵλεως ὑμῖν ἔσται δι’ ἀνάγκην παρανομήσασιν (giovani, abbiate paura, e quella giustizia che onorate sarà benevola verso di voi, che trasgredite per necessità), in cui Antioco IV Epifane tenta di persuadere i giovani a violare la giustizia ebraica che onorano, assicurando loro che, avendo agito sotto costrizione, non si macchieranno di alcuna colpa. Si può ritenere che in questo passo del quarto libro dei Maccabei35 l’espressione costituisca ripresa platonica.36 Infatti, anche il termine μειρακίσκος impiegato dall’autore in LXX 4 Ma. 8.1 deriva probabilmente da Platone.37 In generale, si osserva in tutta l’opera una tendenza ad attingere alla lingua del filosofo.38 Altrettanto rara è l’espressione ἀρχὴν σέβειν (onorare il potere): nel greco di età classica e in poesia è attestata soltanto in Aesch. Ch. 960 ἄξιον οὐρανοῦχον ἀρχὰν σέβειν e in Soph. Ant. 744 ἁμαρτάνω γὰρ τὰς ἐμὰς ἀρχὰς σέβων;.39

30 Cf. Fraenkel 1950, 761‑2 ad Aesch. Ag. 1612.

31 La giustizia è qui intesa come «the principles of just conduct», per cui si veda Sommerstein 1989, 177 ad loc.

32 Come sottolinea Morwood (2007, 172 ad loc.), Atene è tenuta ad accordare degna sepoltura ai figli delle argive perché le ‘leggi degli uomini’ (νόμους βροτῶν) impongono il rispetto verso i defunti; ma questa non è l’unica ragione: infatti, le medesime leggi obbligano gli Ateniesi a prestare soccorso alle argive in quanto supplici.

33 Equivalente nel significato alla forma attiva σέβω, che è post-omerica, per cui si veda LSJ s.v. «σέβομαι».

34 L’espressione τοὺς θεοὺς ἔχειν è ellittica e sottintende φίλους, come si deduce dal confronto con Eur. Hel. 759‑60 τοὺς θεοὺς ἔχων τις ἂν | φίλους ἀρίστην μαντικὴν ἔχοι δόμοις, dov’è utilizzata sentenziosamente dalla Corifea per screditare l’attività degli indovini (Castiglioni 2021, 234 ad loc.), per cui si vedano Collard 1975, 263 ad loc. e Morwood 2007, 190 ad loc.

35 Il quarto libro dei Maccabei è oggi considerato non canonico/apocrifo; databile tra la fine del I sec. a.C. e l’inizio del II sec. d.C., è stato ritenuto per lungo tempo opera di Giuseppe Flavio, ma in epoca moderna è prevalso un forte scetticismo, motivato dalle differenze stilistiche rispetto al resto della produzione dello storiografo ebreo. Sulla questione della datazione dell’opera e della paternità controversa, si veda ad es. Scarpat 2006, 49‑55.

36 Pur non postulando direttamente una ripresa platonica, anche Scarpat (2006, 265 ad loc.) nota il medesimo usus platonico dell’espressione, citando il passo delle Leggi.

37 Scarpat 2006, 256 ad loc.

38 Scarpat 2006, 66 e 84.

39 Cf. anche al v. 745 la risposta di Emone οὐ γὰρ σέβεις, τιμάς γε τὰς θεῶν πατῶν, in cui il verbo σέβω è utilizzato con il valore convenzionale di ‘essere pio’; Griffith (1999, 250 ad loc.) traduce: «It is not pious for you to be trampling».

Com’è stato osservato in sede di commento, nel verso un anonimo ἀνήρ viene caratterizzato con l’aggettivo ἐχθρός, che indica colui che odia oppure colui che è odiato, sia da un altro individuo (o dal consorzio umano in generale) sia da un dio (o dagli dèi). Figurando in un dramma dedicato a Issione, colpevole, nel racconto mitico, dell’uccisione del suocero Eioneo e del tentativo di seduzione della sposa di Zeus, è verosimile che l’aggettivo si riferisca al protagonista stesso, oggetto d’odio da parte degli dèi e/o degli uomini per la gravità delle sue azioni, e veicoli, quindi, un significato passivo simile all’italiano ‘inviso’. Se così fosse, il verso potrebbe essere stato pronunciato o vigente la contaminazione di Issione in conseguenza dell’assassinio del suocero o dopo il tentativo di violenza ai danni di Era, ambedue crimini che avrebbero reso il re lapita ἐχθρός.

Sull’identità della persona loquens si possono avanzare soltanto speculazioni. Potrebbe trattarsi di qualcuno che, in virtù del suo senso di giustizia, era disposto a compiere un gesto che la caratterizzazione negativa dell’ἀνήρ in questione avrebbe dovuto escludere. In base a ciò, è verosimile che costui intervenisse a favore o, quanto meno, si astenesse dal nuocere all’uomo in questione, e non gli arrecasse danno.

Se l’uomo ‘inviso’ dovesse essere identificato con Issione, si potrebbe persino sospettare che il verso fosse pronunciato da Zeus stesso in procinto di eseguire la purificazione, che verrebbe così introdotta e giustificata. Il dio, infatti, è l’unico ‘agente’ da cui, nel racconto mitico, Issione riceveva una beneficenza non meritata. In tal caso, si spiegherebbe il richiamo alla giustizia: Zeus, nelle sue funzioni di Ἱκέσιος (protettore dei supplici) e di Καθάρσιος (purificatore), era tenuto ad accordare protezione e perdono anche a chi aveva compiuto un omicidio, se questi si rivolgeva a lui come supplice. Ciò è esemplificato dal caso di Giasone e Medea nelle Argonautiche di Apollonio Rodio: Circe, purificando i due, uccisori di Apsirto, si appella proprio allo Zeus Ἱκέσιος, il quale ‘molto si adira, ma molto soccorre gli assassini’,40 e allo Zeus Καθάρσιος, che ‘protegge i supplici macchiatisi di omicidio’.41 Dunque, se Issione si fosse posto sotto la protezione di Zeus (come avviene in alcune tradizioni mitografiche),42 il dio potrebbe aver ritenuto giusto intervenire a favore del sovrano lapita in virtù delle proprie prerogative di Ἱκέσιος. In questo caso, l’aggettivo ἐχθρός descriverebbe l’avversione che gli altri dèi nutrirebbero nei confronti di Issione: d’altronde, anche nelle testimonianze sul mito di Issione si dice che egli fu respinto da tutti gli dèi, all’infuori del Cronide.43 Tuttavia, questa proposta di identificazione presuppone che Zeus partecipasse a pieno titolo all’azione scenica. Sebbene in tragedia e nel dramma satiresco gli dèi figurino comunemente tra le dramatis personae, la rappresentazione di Zeus sulla scena è assai rara e, anzi, mai attestata con sicurezza in età classica. L’ipotesi è stata formulata per la perduta Pesatura delle anime (Ψυχοστασία) di Eschilo, in cui Zeus avrebbe operato la pesatura delle anime di Memnone e Achille per stabilire chi dei due sarebbe dovuto morire,44 per il perduto Inaco (Ἴναχος) di Sofocle, dove avrebbe tramutato Io in giovenca,45 e per la perduta Alcmena (Ἀλκμήνη) di Euripide, in cui sarebbe intervenuto a salvare Alcmena, condannata al rogo dal marito Anfitrione per aver consumato l’adulterio con lo stesso Zeus.46 Ma, data l’assenza di casi certi, è stato anche ipotizzato che in età classica vigesse un tabù circa la rappresentazione tragica e satiresca di Zeus.47 Se così fosse, si dovrebbe escludere la possibilità che il verso fosse pronunciato dal padre degli dèi, che non sarebbe potuto apparire sulla scena.

40 A.R. 4.700‑1 τῶ καὶ ὀπιζομένη Ζηνὸς θέμιν Ἱκεσίοιο | ὃς μέγα μὲν κοτέει, μέγα δ’ ἀνδροφόνοισιν ἀρήγει.

41 A.R. 4.708‑9 καθάρσιον ἀγκαλέουσα | Ζῆνα παλαμναίων τιμήορον ἱκεσιάων.

42 Schol. MA ad Eur. Pho. 1185 (1.375.10‑11 Schwartz) ὁ δὲ Ζεὺς ἐλεήσας τὸν Ἰξίονα καὶ λαβὼν αὐτὸν ἐν τῷ ἰδίῳ ἱερῷ ἀφῆκε e schol. M ad Aesch. Eum. 441b (1.56.21‑2 Smith) ὃν τρόπον κἀκεῖνος προσεκάθητο τῷ ναῷ τοῦ Διὸς καθαρισθησόμενος, in cui Issione, dopo aver ucciso il suocero Eioneo ed essere stato colpito dalla contaminazione, si presenta al tempio di Zeus, evidentemente in qualità di supplice.

43 Schol. EFGQ ad Pind. Pyth. 2.40b (2.39.16‑18 Drachmann) τοῦ δὲ μύσους μηδενὸς καθαρίζοντος τὸν Ἰξίονα, ἀποστραφέντων δὲ αὐτὸν καὶ τῶν ἄλλων θεῶν, οἰκτείρας ὁ Ζεὺς ἐκάθηρε μὲν αὐτὸν τοῦ φόνου e schol. LP ad A.R. 3.62 (219.4‑5 Wendel) καὶ οὐδεὶς αὐτὸν ἤθελεν ἁγνίσαι, οὔτε θεῶν οὔτε ἀνθρώπων.

44 Una possibilità sostenuta di recente da Sommerstein (2008, 274‑5), ma già vagliata e rigettata da Taplin (1977, 431‑2), dal momento che l’unica fonte che attesta la presenza in scena di Zeus, che sarebbe apparso sul θεολογεῖον, è Poll. 4.130.5‑7 (1.240.12‑14 Bethe), che parla genericamente di un’opera intitolata Ψυχοστασία senza specificarne l’autore, riferendosi forse a un dramma ispirato al modello eschileo ma di epoca postclassica, come suggerirebbe la menzione del θεολογεῖον.

45 La congettura si basa principalmente sull’identificazione dello straniero venuto a tramutare Io, che appare nel fr. **269a R., attribuito dai più all’Inaco di Sofocle (Carden 1974, 52‑6), con Zeus, come propone per primo Lobel (1956, 59), seguito, tra gli altri, da West (1984, 292‑302); tuttavia, potrebbe trattarsi anche di Hermes, come sostengono Calder (1958, 142‑50), Lloyd-Jones (1960, 26) e Sutton (1979, 65).

46 A un intervento diretto di Zeus sulla scena, sembrano credere West (1984, 294‑5) e Sourvinou-Inwood (2003, 471‑2); si può anche ritenere, però, che il padre degli dèi si limitasse a causare un temporale per spegnere l’incendio, senza apparire in scena, come ipotizzano Collard, Cropp (2008, 101).

47 Cf. Taplin 1977, 431‑2.

Invero, non sembra necessario identificare la persona loquens con Zeus che si accinge a eseguire il rituale di purificazione, dal momento che il trimetro potrebbe essere stato pronunciato anche da qualcun altro disposto ad aiutare Issione vigente la contaminazione. Infatti, il contaminato è una figura di per sé bisognosa di aiuto esterno, in quanto esclusa dalla vita sociale a causa del proprio stato.48 Soccorrere un contaminato significa, però, accettare i rischi del μίασμα, dal momento che, secondo la mentalità greca, questo può essere trasmesso dall’individuo impuro a chi abbia contatti con esso.49 Così fa Teseo nell’Eracle di Euripide: egli, dichiarandosi indifferente al possibile contagio, presta aiuto a Eracle affetto dalla contaminazione per la folle uccisione della moglie e dei figli, in virtù della sua amicizia con l’eroe.50 Nel presente caso, invece, le azioni del soccorritore potrebbero essere mosse dalla volontà di Zeus, che si identifica con la giustizia medesima. Già Esiodo, nella Teogonia (v. 902), fa derivare Δίκη da Zeus e Themis, insieme alle altre due Ore, Εὐνομία e Εἰρήνη; ancora, nelle Opere (vv. 256‑60), Δίκη, generata da Zeus, siede accanto a quest’ultimo e gli rivela le ingiustizie degli uomini, così che il dio possa intervenire. Anche in tragedia, Zeus sembra mantenere il ruolo di ‘agente’ di Δίκη, come ad esempio nell’Agamennone di Eschilo (vv. 60‑7), dove lo stesso padre degli dèi è mandante della spedizione greca contro l’ingiusto Paride, reo di aver violato l’ospitalità di Menelao rapendo Elena, o nel fr. 281a R., il celebre ‘frammento di Dike’, attribuito a Eschilo ma di dramma incerto,51 in cui la stessa Δίκη dichiara di registrare le colpe degli uomini sulla ‘tavoletta di Zeus’.52 Si potrebbe ipotizzare che il padre degli dèi avesse espresso il desiderio di purificare Issione e avesse ordinato a qualcuno, forse tramite un oracolo, di accompagnare il contaminato nel luogo in cui avrebbe eseguito il rituale. Se così fosse, l’incaricato, a prescindere dalla natura ‘odiosa’ del sovrano lapita o dai rischi che sarebbero potuti derivare dall’interazione con un contaminato, avrebbe potuto ritenere giusto attenersi al volere del dio. Ciò è suggerito da casi come Aesch. Eum. 713‑14 κἄγωγε χρησμοὺς τοὺς ἐμούς τε καὶ Διὸς | ταρβεῖν κελεύω μηδ’ ἀκαρπώτους κτίσαι, in cui Apollo, per indurre le Erinni ad accettare l’assoluzione di Oreste, si appella alla necessità di rispettare gli oracoli suoi e, ancor più, di Zeus, favorevoli al matricida.53 Un’altra possibilità è che la persona loquens intervenisse a favore di Issione accogliendolo nella propria casa, o, se si fosse trattato di un sovrano, nella propria terra. Tale azione, che parrebbe contraddire il principio dell’esclusione del contaminato, potrebbe essere considerata giusta qualora Issione e il suo benefattore fossero stati legati dal vincolo della xenia o il lapita si fosse presentato nelle vesti di supplice.54 Entrambe le circostanze, infatti, avrebbero potuto indurre l’eventuale ospitante ad accogliere Issione, seppur contaminato. Così avviene nell’Edipo a Colono di Sofocle, in cui Teseo ammette la presenza di Edipo, nonostante la contaminazione che lo affligge, anche perché supplice e suo ospite.55

48 Vedi Parker 1983, 3‑4 (per la definizione di ‘contaminato’), 309‑11 (per il topos tragico del contaminato aiutato da un soccorritore), 371 (per l’esclusione del contaminato dalla vita sociale).

49 Cf. Eur. fr. 427 K., in cui il principio del passaggio della contaminazione è chiaramente esposto, in relazione ai casi dell’Issione e dell’Eracle di Euripide.

50 Eur. HF 1220‑5 οὐδὲν μέλει μοι σύν γε σοὶ πράσσειν κακῶς· | καὶ γάρ ποτ’ εὐτύχησ’. ἐκεῖσ’ ἀνοιστέον | ὅτ’ ἐξέσωσάς μ’ ἐς φάος νεκρῶν πάρα. | χάριν δὲ γηράσκουσαν ἐχθαίρω φίλων | καὶ τῶν καλῶν μὲν ὅστις ἀπολαύειν θέλει, | συμπλεῖν δὲ τοῖς φίλοισι δυστυχοῦσιν οὔ (non mi importa se avrò sfortuna insieme a te; infatti, un tempo ebbi buona sorte. Bisogna ritornare là, a quando tu dai morti mi riconducesti sano e salvo alla luce. Detesto la riconoscenza degli amici che si affievolisce e chi vuole approfittare dei beni ma non è disposto a imbarcarsi con gli amici quando cadono nella sventura).

51 La paternità eschilea del frammento è assicurata dal v. 28, citato come eschileo nello schol. A ad Il. 6.239c (2.173.41‑53 Erbse) e in Eust. ad Il. 6.262 (2.311.17 van der Valk).

52 Come notano Collard, Cropp, Lee (1995, 279), sembra che quest’immagine fosse criticata da Euripide nel fr. 506 K., attribuito a una delle sue due perdute tragedie intitolate Melanippe (Μελανίππη), in cui la persona loquens chiede ironicamente ai propri interlocutori se credano davvero possibile che qualcuno trascriva le colpe degli uomini sulla ‘tavoletta di Zeus’.

53 Poco più avanti, ai vv. 717‑18 ἦ καὶ πατήρ τι σφάλλεται βουλευμάτων | πρωτοκτόνοισι προστροπαῖς Ἰξίονος; Apollo, per dimostrare l’infallibilità del dio, arriva a sostenere che Zeus non si sarebbe pentito nemmeno quando ha concesso la grazia a Issione, sebbene quest’ultimo, com’è noto, tentasse poi di sedurre Era.

54 Sulle due istituzioni della xenia e dell’hiketeia, si vedano Gould 1973 e Lomiento 2017, che dedica una sezione anche allo studio del fenomeno nel teatro classico, dimostrandone la rilevanza nel genere tragico.

55 Soph. OC 631‑5 τίς δῆτ’ ἂν ἀνδρὸς εὐμένειαν ἐκβάλοι | τοιοῦδ’, ὅτῳ πρῶτον μὲν ἡ δορύξενος | κοινὴ παρ’ ἡμῖν αἰέν ἐστιν ἑστία; | ἔπειτα δ’ ἱκέτης δαιμόνων ἀφιγμένος | γῇ τῇδε (chi potrebbe mai respingere la benevolenza di quest’uomo, verso cui, per prima cosa, il nostro focolare ospitale è aperto? Poi, essendo giunto supplice degli dèi in questa terra). Il legame di ospitalità che avrebbe legato Teseidi e Labdacidi, rispettivamente le casate di Teseo e di Edipo regnanti ad Atene e a Tebe, è ricordato anche da Euripide in Suppl. 930, ma non si hanno notizie precise in merito, per cui si veda Guidorizzi 2011, 281 ad loc.

Generalmente, in tragedia, ‘giustizia’ equivale a contraccambiare il bene e il male ricevuti, vendicandosi dei nemici e favorendo gli amici. Emblematiche in tal senso sono le parole di Anfitrione nell’Eracle di Euripide, il quale afferma di trarre piacere nell’assistere alla morte di Lico, suo nemico,56 identificando così giustizia e vendetta.57 Lo scenario contrario per cui qualcuno, in nome della giustizia, soccorre un altro individuo connotato in maniera negativa, pur essendo meno comune, non è privo di paralleli, soprattutto all’interno della produzione sofoclea. Ad esempio, Odisseo nell’Aiace, per senso di giustizia, nonostante Aiace sia suo nemico,58 ne chiede la sepoltura e si offre di assistere Teucro, anch’egli suo ex nemico, nel seppellirlo.59 Similmente, seguendo l’interpretazione qui avanzata, l’anonimo benefattore, non tenendo conto dell’impurità di Issione, avrebbe deciso di aiutarlo spinto da una giustizia che trascende ogni considerazione personale. O, ancora, Neottolemo nel Filottete, al termine del dramma, poco prima dell’apparizione ex machina di Eracle, restituisce l’arco a Filottete e si rifiuta di abbandonarlo, impegnandosi ad accompagnarlo a casa, pur sapendo che i Greci lo puniranno per questo sodalizio.60 Allo stesso modo, l’anonima figura qui ipotizzata, prestando aiuto a Issione contaminato, affronterebbe il rischio del passaggio del μίασμα. In ciò, si realizzerebbe il significato pieno dell’espressione δίκην σέβειν, ovvero una venerazione della giustizia che si esplica in una sua pratica costante, anche quando fare la cosa giusta rappresenta la scelta più difficile.

56 Eur. HF 733‑4 ἔχει γὰρ ἡδονὰς θνῄσκων ἀνὴρ | ἐχθρὸς τίνων τε τῶν δεδραμένων δίκην (infatti, dà piacere un nemico che muore e paga il fio per le azioni commesse).

57 Mirto (2006, 189 ad loc.), a cui si deve quest’interpretazione, parla di Schadenfreude, intendendo una sensazione di piacere generata dalla sventura o dal fallimento altrui; sul fenomeno in tragedia, si veda Montiglio 2024.

58 Già all’inizio del dramma, Odisseo, pur riconoscendo ad Aiace lo status di nemico, sceglie di non infierire su di lui, contravvenendo alle esortazioni di Atena, che lo invita a schernire il Telamonio per aver fatto strage del bestiame, e dichiara di provare pena nei suoi confronti: Soph. Ai. 121‑3 ἐποικτίρω δέ νιν | δύστηνον ἔμπας, καίπερ ὄντα δυσμενῆ, | ὁθούνεκ’ ἄτῃ συγκατέζευκται κακῇ. Nel rispetto che nutre verso il rivale, Odisseo si distingue sia da Atena sia da Aiace, che, invece, reputano giusto disonorare i propri nemici, per cui si veda Blundell 1989, 60‑8.

59 Soph. Ai. 1376‑80 καὶ νῦν γε Τεύκρῳ τἀπὸ τοῦδ’ ἀγγέλλομαι, | ὅσον τότ’ ἐχθρὸς ἦ, τοσόνδ’ εἶναι φίλος. | καὶ τὸν θανόντα τόνδε συνθάπτειν θέλω, | καὶ ξυμπονεῖν καὶ μηδὲν ἐλλείπειν ὅσων | χρὴ τοῖς ἀρίστοις ἀνδράσιν πονεῖν βροτούς (e ora a Teucro dichiaro ciò riguardo a lui [i.e. Aiace]: quanto prima era nemico, tanto mi è amico. E desidero aiutare a seppellire questo defunto, soffrire insieme e non trascurare nessuna delle cose che i mortali devono soffrire per gli uomini migliori).

60 Lo stesso Odisseo minaccia Neottolemo, in procinto di restituire l’arco a Filottete, che l’esercito greco lo punirà per il suo tradimento: Soph. Phil. 1257‑8 καίτοι σ’ ἐάσω· τῷ δὲ σύμπαντι στρατῷ | λέξω τάδ’ ἐλθών ὅς σε τιμωρήσεται. Cf. anche Blundell 1989, 219: «The decision to provide such help will not only deprive him of the renown he hoped to win at Troy, but put him at odds with the army and its leaders and expose him to charges of disobedience and treachery».

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